Storia dei risultati internazionali delle Nazionali africane. 9° puntata: Olimpiadi 1972-1992; Mondiali giovanili 1985-1991

Calcio africano e Olimpiadi vivono tra il 1920 al 1968 un periodo di riconoscenza reciproca, visto che il torneo a cinque cerchi è l’unica manifestazione calcistica di caratura internazionale a prevedere stabilmente la partecipazione di squadre africane. Addirittura tre, a partire da Roma ’60. Poi la “rivolta” del 1966 e la conquistata capacità di farsi valere all’interno del governo mondiale del pallone spostano l’attenzione delle federazioni affiliate alla CAF sui Mondiali. E gli anni Ottanta portano anche i primi lusinghieri risultati.
Saranno, però, proprio le Olimpiadi del calcio a dare all’Africa importanti successi internazionali senza aspettare che il XX secolo arrivi alla fine. Successi davvero poco preventivabili solo alcuni anni prima.

Tra Monaco ’72 e Los Angeles ’84, infatti, nessuna Nazionale della CAF riesce a piazzare acuti e a eguagliare il record dell’Egitto, due volte semifinalista e “medaglia di legno” nel 1924 e nel 1964. Il risultato che fa più notizia è paradossalmente l’assenza di compagini africane dal torneo del 1976, frutto di una nuova presa di posizione grande quanto l’intero continente. I paesi subsahariani boicottano, infatti, i Giochi di Montreal o, meglio, decidono di non parteciparvi il giorno prima della cerimonia inaugurale per non dover sfilare e competere contro i rappresentanti della Nuova Zelanda, rea di intrattenere rapporti rugbistici col razzista Sud Africa, a suo tempo già escluso da CAF, FIFA e CIO. Non c’è tempo per i ripescaggi e così il torneo di calcio rimane monco.

Per il resto, tre tornei olimpici con lo stesso profilo: due delle africane qualificate rimediano solo sconfitte o quasi e tornano subito a casa; una nord-africana passa il girone come seconda, poi viene fatta fuori al turno successivo. Inizia a Monaco ’72 il Marocco, che supera il primo turno grazie a un rotondo 6-0 sulla Malaysia e poi è sconfitto tre volte nel girone di semifinale che in quella edizione sostituisce il quarto a eliminazione diretta. In quel Marocco ci sono molti dei giocatori che hanno partecipato due anni prima ai Mondiali messicani perché in Africa come nell’Est Europa i giocatori non hanno lo status di professionisti e, quindi, possono andare alle Olimpiadi. Una cosa che, a conti fatti, non si tramuta in un vantaggio.
A Mosca ’80 tocca all’Algeria di Belloumi e Madjer fare più strada tra le africane: nel girone batte la Siria e pareggia con la Spagna, eliminandola; viene poi travolta 3-0 nei quarti dalla Jugoslavia. Nigeria e Zambia, che per questioni di boicottaggio hanno sostituito Egitto e Ghana, non lasciano invece traccia, come Sudan e Ghana otto anni prima e come Camerun e Marocco quattro anni dopo a Los Angeles. Alle Olimpiadi del 1984 la migliore africana è l’Egitto. Sconfitti di misura dall’Italia, i faraoni battono la Costa Rica e poi perdono 2-0 ai quarti contro la Francia che vincerà l’oro.

E poi arriva il 1988. Dati alla mano il risultato sembra lo stesso: una squadra eliminata ai quarti, lo Zambia; due eliminate nei gironi, Tunisia e Nigeria. Ma l’impressione che lascia lo Zambia di Kalusha Bwalya nel 4-0 all’Italia è davvero tanta, anche perché in quelle Olimpiadi tutte le Nazionali occidentali possono portare giocatori di primo piano purché mai convocati per la fase finale di un Mondiale. Lo Zambia, inoltre, arriva primo nel suo girone ed è la prima volta dal 1964 che un’africana riesce nell’impresa. Certo, poi la Germania Ovest di Jurgen Klinsmann ai quarti lo asfalta 4-0, ma gli azzurri hanno fatto capire ai panzer che degli zambiani non ci si può fidare.
È il preludio al primo podio, alla prima medaglia che una squadra affiliata alla CAF riesce a strappare ai Giochi Olimpici. Oltre all’evidente crescita che il movimento calcistico sta avendo in tutto il continente, il bronzo del Ghana a Barcellona ’92 è, però, dovuto a due decisioni prese in maniera indipendente e in direzione apparentemente antitetica da CIO e FIFA.

Il Comitato Olimpico Internazionale in vista dell’Olimpiade catalana ha, infatti, definitivamente aperto al professionismo. Per questo nel basket gli americani, cui la sconfitta partita dai sovietici a Seul brucia ancora, hanno portato un Dream Team fatto di stelle della NBA e sui campi di tennis sono comparsi giocatori e giocatrici che abitualmente disputano i tornei del Grande Slam. E il calcio? La FIFA, non avendo intenzione di pompare il torneo olimpico e di renderlo una specie di Mondiale-bis, ha paventato sì la possibilità di aprire a qualche fuoriquota a partire da Atlanta ’96, ma ha sancito che alle Olimpiadi del calcio d’ora in poi ci andranno le Nazionali Under 23.
L’attenzione del governo del calcio per il movimento giovanile è del resto cresciuta a vista d’occhio nel corso dell’ultimo decennio. La stessa FIFA ha fatto partire nel 1985 un Mondiale riservato alle rappresentative Under 16, da affiancare al Mondiale Under 19, noto anche come Coca Cola Cup e istituito nel 1977. E la cosa che stuzzica sempre più gli appetiti dei vari Havelange e Blatter è che in queste manifestazioni giovanili ad arrivare a un passo dalla vittoria, se non proprio a vincere, non sono sempre le solite note. Le asiatiche, ad esempio, non vanno per nulla male e anche due nazioni africane con buona tradizione alle spalle hanno già ottenuto grandi risultati.
La Nigeria ha, infatti, trionfato nel primo Mondiale Under 16, battendo in finale la Germania Ovest, ed è arrivata seconda in quello successivo, nel 1987, battuta solo ai rigori dall’URSS; è stata finalista anche nel Mondiale Under 19 del 1989, che ha visto la vittoria del Portogallo. Il Ghana ha, invece, vinto in Italia la prima edizione del Mondiale Under 17, che dal 1991 ha sostituito quello Under 16, e Nii Lamptey, allora in forza all’Anderlecht, è stato eletto miglior giocatore della manifestazione.

A Barcellona sono cinque i ghanesi laureatisi campioni del mondo Under 17 l’anno prima -Gargo, Asare, Lamptey, Preko e l’ancora quindicenne Kuffour-, ma il loro contributo è notevole.
Il cammino che porta al bronzo non è comunque semplice: il Ghana batte l’Australia con rete di Gargo e doppietta di Ayew, che a Lecce non lascerà ricordi positivi; poi pareggia 0-0 con la Danimarca e 1-1 col Messico, in rimonta e ancora grazie ad Ayew, assicurandosi la qualificazione e il primo posto nel girone. Nei quarti il match col Paraguay sembra agevolmente vinto grazie a una doppietta del solito Ayew, poi i sudamericani recuperano i due gol di svantaggio e portano il match ai supplementari. Rahmann e nuovamente Kwame Ayew ristabiliscono le distanze ed è semifinale, dove attende la Spagna di Luis Enrique, Guardiola, Abelardo e Kiko che, come se non bastasse, è anche padrona di casa. L’unidici iberico è troppo forte e vince 2-0, ma quel che più conta per i ghanesi è il successo ottenuto di lì a qualche giorno di nuovo contro l’Australia, successo che vale il terzo posto. Il gol vincente lo sigla proprio uno dei campioni mondiali Under 17, Isaac Asare, quasi a sottolineare come le Black Stars stiano raccogliendo in quella occasione il frutto del lavoro fatto negli anni precedenti per potenziare le selezioni giovanili e scovare nuovi talenti, sperando che l’Europa si accorga di loro. Perché una maturazione completa delle squadre africane, un miglioramento che possa portare anche alla vittoria in un Mondiale “vero” sembra adesso alla portata, ma è impensabile ottenerlo senza giocatori abituati al calcio “vero” che si pratica nel Vecchio Continente.

federico

 

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