Storia dei risultati internazionali delle Nazionali africane. 1° puntata: 1920-1957

Se da amanti delle metafore ci venisse in mente di usare le parole “colonizzazione” e “decolonizzazione” per indicare quella rapida evoluzione che in paesi come l’Italia o l’Argentina portò il football da gioco per inglesi lontani dalla madrepatria a sport nazionale, non faremmo certo torto alla lingua italiana. Peccheremmo, però, di molta sufficienza nei confronti di quegli Stati che colonie lo furono davvero, che il calcio lo hanno visto introdurre dai loro dominatori e che solo un processo ben più lungo ha portato all’indipendenza politica, economica e sportiva. Un processo che neanche può dirsi a tutti gli effetti concluso.

La storia che le singole Nazionali africane possono raccontare risente, infatti, dei diversi momenti in cui nel corso del XX secolo le potenze coloniali sono state costrette a disfarsi del loro posto al sole. Perché se è vero che la UEFA nacque nel 1954 e, quindi, appena tre anni prima della omologa africana CAF, non bisogna dimenticarsi che, mentre in Europa fino al secondo dopoguerra furono le federazioni a non ravvisare la necessità di organizzare competizioni continentali, in Africa ancor a inizi anni Cinquanta di federazioni calcistiche in paesi indipendenti ne esistevano fondamentalmente solo tre, quella egiziana, quella etiope e quella sudafricana -ovvero, le tre federazioni, che insieme con quella sudanese fondarono l’8 febbraio 1957 la Confédération Africaine de Football.

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Ben Barek con la maglia della Nazionale francese

La geografia dello sviluppo del calcio in Africa è, però, ben più legata, almeno inizialmente, alle differenti possibilità che i dominatori europei davano ai nativi di accedere al gioco. Già nell’agosto del 1920, ad esempio, l’Egitto poté portare una Nazionale fatta di soli giocatori autoctoni alle Olimpiadi di Anversa, benché sotto le insegne del Sultanato, ovvero del protettorato britannico nato al momento della dissoluzione dell’Impero Ottomano. Rimanendo nel Nord, Marocco e Tunisia, pur se ancora sotto i francesi, avevano un loro campionato già negli anni Trenta e un giocatore di origine marocchina, Larbi Ben Barek, sbarcò a Marsiglia, venne naturalizzato e divenne una stella dei Bleus a partire dal 1938.
Eppure più giù, nell’Africa Occidentale Francese, la fortissima discriminazione razziale invadeva in modo molto maggiore la pratica sportiva. Conseguenza di opinioni come quella espressa nel 1928 dal generale Jung, comandante delle truppe coloniali, secondo cui solo «con molta pazienza si può far comprendere ai negri il ruolo di qualche giocatore, il posto che devono tenere e soprattutto l’importanza dei passaggi».[1]
Da notare come, invece, nel “vicino” Congo Belga la si pensasse un po’ diversamente riguardo alle capacità dei noirs, se è vero che nel 1931 ben ventisette squadre parteciparono alla Coppa Stanley Pool: troppe, oggettivamente, per pensare che neanche un nativo ne facesse parte.

Insomma, il fatto che fino al 1975 non si possa parlare a ragione di Africa decolonizzata ci spinge a essere un po’ pignoli nei termini usati e a precisare che di storia dei risultati internazionali delle Nazionali africane vogliamo parlare e non di storia del calcio africano tout court (caso in cui, ad esempio, non si potrebbe ignorare Eusebio).
Pur se en passant, abbiamo fatto già riferimento a due date importanti: agosto 1920, prima -e unica- partita giocata dagli egiziani ad Anversa; febbraio 1957, nascita della CAF. Facciamo allora un po’ di ordine e raccontiamo cosa successe in questo intervallo di tempo in cui Africa ed Egitto furono quasi la stessa cosa agli occhi del mondo calcistico.
I faraoni, infatti, in qualità di unico rappresentante africano parteciparono alla fase finale dei tornei olimpici ininterrottamente dal 1920 al 1952. Il miglior risultato arrivò nel 1928, ad Amsterdam, quando gli egiziani sconfissero Turchia e Portogallo prima di subire due batoste da Argentina e Italia e fermarsi ai piedi del podio. In altre due occasioni, 1924 (3-0 all’Ungheria) e 1952 (5-4 al Cile), la squadra nord-africana superò il primo turno, mentre nelle restanti tre disputò in pratica un solo match. In occasione delle Olimpiadi di Melbourne vennero introdotte le eliminatorie e un’altra Nazionale, quella etiope, si iscrisse. Gli egiziani staccarono il pass imponendosi nettamente in entrambi gli incontri con l’Etiopia, ma poi non andarono in Australia per lo scoppio della crisi del Canale di Suez.
L’Egitto aveva anche partecipato al Mondiale del 1934, una qualificazione ottenuta battendo la rappresentativa del Mandato Britannico della Palestina. Poi l’Ungheria agli ottavi di finale aveva subito fermato il suo cammino sconfiggendolo 4-2. Nel 1938 e nel 1954, invece, i faraoni si erano fermati alle qualificazioni. Non potendo confrontarsi con altre squadre africane, erano stati inseriti in gruppi europei.[2] Cosa che non deve sorprendere visto che l’Egitto partecipava agli Europei di basket e nel 1949 aveva organizzato e vinto la manifestazione.

1924: Un'immagine dell'amichevole tra Liverpool e Sud Africa giocata ad Anfield Road

1924: Un’immagine dell’amichevole tra Liverpool e Sud Africa giocata ad Anfield Road

Nell’arco di tempo considerato solo un altro Stato africano avrebbe potuto davvero rappresentare se stesso e, impropriamente, l’Africa intera in tornei internazionali. Parliamo del Sud Africa. Nello Stato più meridionale del continente la prima squadra era stata fondata nel 1879, il primo torneo a carattere nazionale era stato disputato nel 1882 e la South African Football Association -federazione per soli bianchi- era nata nel 1892. Non solo… il Sud Africa era stato terreno di “evangelizzazione” calcistica da parte del Corinthian e della Football Association inglese a varie riprese tra il 1897 e il 1920, nel 1910 era diventato di fatto indipendente, nello stesso anno la SAFA si era affiliata alla FIFA e nel 1924 una vera e propria Nazionale si era recata in tour in Europa.[3] Seguendo, però, l’esempio dell’ex madrepatria, la federazione sudafricana si autoescluse dal “calcio che conta” durante quello stesso 1924 e solo nel 1953 chiese e ottenne la riaffiliazione alla FIFA, proprio nel momento in cui la politica di apartheid rendeva ingombrante la sua presenza in un continente che stava piano piano uscendo dal giogo coloniale.[4] E, infatti, la permanenza del Sud Africa nella CAF sarebbe durata ben poco.

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Nella foto in alto: L’Egitto sconfitto dall’Ungheria ai Mondiali del 1934

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[1] Non deve sorprendere che il primo calciatore di origine africana a vestire la maglia della Nazionale francese sia stato il senegalese Raoul Diagne, originario quindi dell’Africa Occidentale Francese. Raoul era figlio di Blaise Diagne, il primo noir a diventare deputato dell’Assemblea Nazionale e, quindi, a dieci anni poté trasferirsi a Parigi e completare la sua formazione in Francia
[2] Per la qualificazione ai Mondiali svizzeri, il gruppo constava solo di Egitto e Italia che regolò i nord-africani vincendo 2-1 al Cairo e 5-1 a San Siro
[3] Di incontri internazionali ufficiali disputati dalla Nazionale sudafricana si può effettivamente parlare a partire dal 1947. Per un’analisi più completa cfr. qui
[4] Il problema della segregazione toccava pesantemente il calcio. Nel settembre 1951 era nata la South African Soccer Federation (SASF) dalla fusione di South African African Football Association (SAAFA), South African Bantu Football Association (SABFA) e South African Coloured Football Association (SACFA), nate tutte tra il 1932 e il 1934

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