Personaggi in cerca d’autore. 26° puntata: Giovanni invernizzi

Sedersi quasi per caso sulla panchina che a inizio stagione era occupata da un tecnico di grido, vedere la distanza tra la propria squadra e la vetta ridursi sempre più fino a un imprevedibile sorpasso sui “cugini” che porta allo scudetto e non riuscire a ripetere mai più una impresa simile guidando un undici dal principio di una stagione.
Giovanni Invernizzi è stato in grado di vincere un campionato italiano da subentrante, accadde nel 1971, ma il suo palmares si è fermato lì ed è forse per questo che il suo nome a molti rimanda solo alla ben nota industria casearia, di proprietà, tra l’altro, di suoi familiari.
«Sono nato interista e morirò interista», si legge in un’intervista rilasciata da Invernizzi alla rivista ufficiale della squadra milanese nel marzo 2004. Una frase che forse nasconde la cosapevolezza della malattia (morirà appena un anno dopo), ma che chiarisce quale sia l’unica società che abbia davvero contato nella sua vita sportiva.

Nel 1945 la guerra è appena finita e il desiderio di riappropriarsi della “normalità” passa anche attraverso un torneo di calcio riservato agli istituti superiori. Milano è ridotta male, ma all’Arena il giorno della finale gli spalti sono pieni. L’allora quattordicenne Invernizzi gioca nelle fila dell’Istituto Cattaneo ed è proprio in quella occasione che viene adocchiato e indirizzato verso l’Inter da Carlo Carcano.[1] Scherzi del destino: il ragazzo, che costruirà l’unico grande successo della sua carriera subentrando a stagione iniziata, viene notato dal tecnico che dieci anni prima, nel corso dell’annata che avrebbe portato la sua Juventus al quinto titolo consecutivo, era stato sollevato dall’incarico (oltretutto, per questioni legate al suo orientamento sessuale e non al suo rendimento). [2]

Per “Robiolino” -questo il soprannome di Invernizzi per ovvie ragioni- un po’ di anni nelle giovanili dell’Inter, un po’ di prestiti in giro per l’Italia quando arriva il momento di fare sul serio, un decisivo cambio di ruolo quando l’allenatore della Triestina Perazzolo lo fa diventare mediano, poi nel 1954/55 il ritorno alla casa madre e l’approdo in prima squadra. Sei stagioni in maglia nerazzurra, due da capitano, 141 partite di campionato, ma il palmares rimane a zero perché il ciclo di vittorie di Foni si conclude la stagione prima del suo arrivo, perché Helenio Herrera, appena arriva, lo manda via e perché, ciliegina sulla torta, l’unica partita in Nazionale maggiore è lo spareggio di Belfast del 1958 contro l’Irlanda del Nord.
Seguono Torino, Venezia, Como e, infine, a 33 anni l’addio al calcio giocato per una serie di infortuni che gli hanno comunque già permesso di tornare in orbita Inter lavorando come osservatore per una delle menti della Grande Inter, Italo Allodi. Nel 1964/65 Robiolino viene assunto a tempo pieno dalla beneamata come allenatore della Primavera, mentre sulla panchina vera è seduto ancora “HH1”. Da lì osserva gli ultimi successi e la fine del ciclo dell’Inter di Angelo Moratti, il breve ritorno di Foni e l’arrivo di “HH2”, l’altro Herrera, Heriberto, che da tecnico della Juventus solo due anni prima aveva vinto uno scudetto sul filo di lana tra lo sgomento dei nerazzurri. Il 1969/70 non va benissimo, l’inizio del 1970/71 va ancora peggio. La sconfitta per 3-0 nel derby alla 5° giornata spinge il presidente Ivanoe Fraizzoli a mettere tutto in discussione: lui si rende disponibile alla cessione del club, ma nel frattempo comunica che

ha esonerato il signor Heriberto Herrera dalla carica di tecnico responsabile e ha affidato temporaneamente detta conduzione al signor Giovanni Invernizzi

Da parte sua, l’ormai ex tecnico della Primavera vuole la sicurezza di poter tornare al reparto giovani in caso di fallimento e chiede il reintegro di Bedin e Jair, uomini simbolo della Grande Inter messi fuori rosa da HH2. Toglie, poi,  Burgnich dalla fascia destra e lo mette a fare il libero, una mossa che darà sicurezza alla difesa.
Alla 7° giornata i nerazzurri giocano bene, ma perdono in casa della capolista Napoli. Proprio quel giorno Invernizzi capisce che la sua squadra può andare lontano, stila una tabella dei punti da fare per poter risalire la china e magari lottare anche per il titolo. La testa è distante sette punti, Il Milan è avanti sei, ma i nerazzurri da quel momento in poi non perdono più, stabilendo il record di partite consecutive senza sconfitta per i campionati a 16 squadre.[3]
La rimonta si materializza nel girone di ritorno. Il 31 gennaio 1971 l’Inter raggiunge al secondo posto il Napoli, che nel frattempo è stato scavalcato dai rossoneri. Il 7 marzo i nerazzurri con un 2-0 firmato da Corso e Mazzola si prendono la rivincita nel derby e arrivano a -1 dalla vetta, mentre la Juventus batte il Napoli 4-1 e lascia i partenopei ai margini della corsa al titolo. I rossoneri arrancano e, tra il 21 e il 28 marzo, ottengono un solo punto (pareggio a Vicenza e addirittura sconfitta interna col Varese). L’Inter, invece, sfrutta la buona stella e mette la freccia: batte 2-1 il Napoli in una partita piena di episodi dubbi[4] e decisa da una papera di Zoff e la settimana dopo vince a Catania negli ultimi minuti grazie a un’autorete. A fine stagione i punti di vantaggio sul Milan saranno ben quattro.

Invernizzi è ovviamente confermato per l’annata successiva e, pur abbandonando quasi subito le velleità del bis in campionato, rischia di raggiungere il trofeo più ambito per squadre di club al secondo anno di carriera. La sua Inter, infatti, arriva in finale in Coppa dei Campioni, l’Ajax di Cruijff è, però, troppo forte. «Se ci fosse stato Corso avrebbe abbassato il ritmo del gioco, avrebbe addormentato tutti», si legge nella già citata intervista alla rivista ufficiale dell’Inter. Mariolino in effetti non c’era perché espulso, forse per errore, in una complessa notte a Mönchengladbach, ma abbiamo la sensazione che in nessun caso i nerazzurri quella sera sarebbero usciti vincitori.
Ad ogni modo, la carriera di Invernizzi è come se finisse quella sera. Il rapporto con l’Inter si interrompe dopo 23 partite della stagione 1972/73, seguono un po’ di squadre guidate in B e in C -Taranto, Brindisi e Piacenza- e una serie di crescenti difficoltà a gestire lo spogliatoio.
Invernizzi torna allora a fare l’osservatore, ovviamente per i nerazzurri, quasi a voler dare ragione a Fraizzoli che gli aveva cucito addosso il ruolo di allenatore temporaneo.

federico

Fonti:
Intervista a Inter Football Club
Calcio 2000, nov. 2003, Il grande romanzo dello scudetto

Puntata precedente: Robin Friday

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[1] L’Ambrosiana assume nuovamente la denominazione originaria, Internazionale, a partire dal 27 ottobre 1945. Probabile, quindi, che al momento della finale studentesca citata si debba parlare di Ambrosiana, ma per semplicità abbiamo usato il nome che successivamente tornerà a contraddistinguere il club nerazzurro
[2] Carcano aveva vinto quattro scudetti alla guida della Juventus tra il 1930 e il 1934, ma fu messo alla porta dalla Juventus da un momento all’altro e, a partire dalla 9° giornata della stagione 1934/35, sulla panchina si sedette il duo formato dall’ex capitano Bigatto e dal dirigente Gola. Carcano finì ai margini del calcio che conta, poi, a Liberazione avvenuta, fu ingaggiato dai nerazzurri
[3] L’Inter di invernizzi non perde nelle ultime 23 partite. Il record sarebbe stato portato a 26 partite dalla Juventus 1977/78 e poi a 30, ovvero intero campionato a 16 squadre imbattuto, dal Perugia 1978/79. La Fiorentina 1955/56, con 33 match consecutivi, deteneva a quel tempo il record assoluto
[4] Il Napoli è in vantaggio 0-1 e i nerazzurri sono in dieci per l’espulsione di Burgnich, quando al 50′ l’arbitro Gonella trasforma una ostruzione a Mazzola in un fallo da rigore. L’Inter in precedenza aveva protestato per un fallo in area subito da Jair e per un mani del difensore azzurro Ripari giudicato involontario

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