Il Calcio alle Olimpiadi. 9° puntata: Parigi 1924

Stemmi della CBD. Già in occasione del tour europeo del 1967 la nazionale brasiliana aveva messo due stelle sullo stemma per ricordare le allora due vittorie mondiali

Stemmi della CBD. Già in occasione del tour europeo del 1967 la nazionale brasiliana aveva messo due stelle sullo stemma per ricordare le vittorie mondiali del 1958 e del 1962

Tre Mondiali vinti fanno una Coppa Rimet da mettere in bacheca e da non rimettere più in palio, una cosa che va festeggiata. Per questo nel 1971 la Confederação Brasileira de Desportos pone tre stelle in cima allo stemma che va sulla maglietta della nazionale verde-oro. L’idea piace anche a Italia e Germania che la copiano quando, rispettivamente nel 1982 e 1990, arrivano anche loro a tre Mondiali in cascina. Il prezzo delle stelle cala quando la Francia ne aggiunge una allo stemma prima del mondiale nippo-coreano del 2002 per ricordare agli avversari di essere campione in carica. La cosa non porterà certo fortuna ai galletti, eliminati al primo turno senza segnare neanche un gol in tre partite, ma almeno spinge la FIFA a regolarizzare il tutto e a permettere alle singole federazione nazionali di aggiungere al proprio simbolo una stella per ogni vittoria mondiale ottenuta.
Così la federazione uruguayana sulla maglia della Copa América del 2004 ne sfoggia quattro. Ma perché? Una per il Mondiale organizzato e vinto in casa nel 1930, una per quello del Maracanazo e le altre due, fanno capire da Montevideo, sono per le due Olimpiadi che negli anni Venti del secolo scorso i maestri del calcio celeste vennero a vincere nel Vecchio Continente.

La controversia non è magari delle più appassionanti, ma non ha a che fare con romanticismi hipster del tipo “quelle Olimpiadi valevano come Mondiali, se non di più”, perché la loro ragione gli uruguayani ce l’hanno.
Riunito a Kristiania, l’attuale Oslo, per discutere del torneo di calcio della poi non disputata VI Olimpiade, il congresso della FIFA nel 1914 approvò una risoluzione che sanciva che, qualora i futuri tornei olimpici fossero stati organizzati nel rispetto delle regole della federazione internazionale, la nazionale vincitrice sarebbe stata riconosciuta campione del mondo. Non a caso in un dispaccio del 1950 la FIFA riconosce quattro titoli mondiali alla nazionale dell’Uruguay, anche se solo due coppe Rimet.[1]
Si scopre così che già Anversa 1920 incoronò il Belgio campione del mondo amateur, perché -occorre ricordarlo- le Olimpiadi erano aperte ai soli dilettanti. I nipoti di Van Hege, Coppée e Larnoe non hanno voluto mettere sul proprio stemma una stella che commemorasse quel successo, ma ciò nulla toglie alle due vittorie successivamente ottenute dalla nazionale uruguayana.

Raccontiamo qui quella all’Olimpiade parigina del 1924. Il calcio a Montevideo è cosa seria almeno dal 1905, anno della prima Copa Lipton contesa ai vicini argentini. A differenza di quanto accaduto in Europa la creazione della CONMEBOL ha permesso sin dal 1916 la disputa di un torneo continentale di livello eccellente con cadenza quasi annuale: il Campionato Sudamericano, oggi più noto come Copa América. La celeste lo ha già vinto tre volte, nel 1916, nel 1917 e nel 1923 e, proprio in virtù di questa affermazione ottenuta al Parque Cenral di Montevideo, è a rappresentare la CONMEBOL a Parigi. A esser precisi è la AUF, la Asociacion Uruguaya de Futbol, da poco affiliata alla FIFA, ad aver mandato la sua nazionale in Europa per le Olimpiadi, a spese del suo presidente Attilio Narancio, che tra l’altro è anche dirigente del Nacional Montevideo ed è stato l’organizzatore del Sudamericano del 1923. Non è solo la curiosità di vedere il primo confronto della storia tra calcio europeo e calcio sudamericano ad aver fatto varcare l’Oceano agli uruguayani; dietro c’è la voglia da parte di Narancio di aver la meglio sulla dissidente Federación Uruguaya de Foot-ball, che è nata nel 1922, ha messo su un suo campionato e ha una sua rappresentativa.[2]

Prima del match di Madrid contro l'Atletic. C'è il capitano dei colchoneros Pololo, il capitano degli uruguayani Nasazzi e Santiago Bernabeu, arbitro d'eccezione

Prima del match di Madrid contro l’Atletic. C’è il capitano dei colchoneros Pololo, il capitano degli uruguayani Nasazzi e Santiago Bernabeu, arbitro d’eccezione

Le spese di una trasferta transoceanica sono, però, enormi. Si dice che addirittura Narancio abbia ipotecato casa sua, ma evidentemente è molto fiducioso nella riuscita della spedizione e chissà se non pensa anche alla sua carriera politica.[3] Un po’ di soldi comunque servono e il tour di force di amichevoli in Spagna prima di arrivare a Parigi, oltre che per allenamento, ha come fine il guadagnarne un po’.[4] Gli uruguayani ne giocano nove di amichevoli, si spostano in poco più di un mese da Vigo a Bilbao, da La Coruña a Madrid, affrontano le migliori squadre del calcio spagnolo e riportano solo vittorie. Due successi arrivano anche grazie a un arbitraggio poco imparziale, ma questo poco importa perché arrivati a Parigi la celeste abbassa i fari e si mette in attesa. Del resto le notizie negli anni Venti non viaggiano veloci e anche i giornalisti spagnoli, unici ad aver davvero visto giocare i sudamericani, sono convinti che la loro Spagna, l’Olanda, la Cecoslovacchia e la Danimarca siano più forti.[5]

Le squadre iscritte al torneo olimpico sono 22, anche se manca il Regno Unito, le cui federazioni sono temporaneamente uscite dalla FIFA per motivi di carattere più politico che sportivo. Conti alla mano, dodici nazionali devono giocarsi in un turno preliminare l’accesso agli ottavi. Tra queste l’Uruguay, che il sorteggio ha riservato alla Jugoslavia, anche lei alla prima grande manifestazione. La storia racconta che il tecnico slavo, Todor Sekulić, incuriosito dai suoi futuri avversari, si rechi al loro allenamento il giorno prima del match, ma si faccia avvistare. Mangiata la foglia, gli uruguayani fanno finta di essere scarsissimi e Sekulić va via tranquillo. Il giorno dopo gli slavi rimangono esterrefatti e raccolgono sette volte la palla dal sacco. Anche Stati Uniti e Francia vengono spazzati via senza troppi complimenti. In semifinale c’è l’Olanda, sarà il match più duro. Gli olandesi nel primo tempo fanno la parte dei guastatori, come racconta Vittorio Pozzo su La Stampa, e questo fa un po’ perdere fiducia in se stessi e calma ai sudamericani. La mezzala sinistra Cea, all’epoca ancora 23enne, colpisce stizzito un avversario al 20′, poi colpisce la traversa, un’azione che segna il via all’assedio della porta avversaria, ma al 32′, col più classico dei contropiedi, Pijl va in gol. La celeste è sotto per la prima volta dall’inizio del torneo e la sua forza si vede proprio in una ripresa giocata con mucha garra, come dicono da quelle parti, e più fortunata del primo tempo. Al minuto 62 l’ala destra Urdinaran spara un rasoterra che il portiere Van der Meulen devia, irrompe Cea e fa 1-1. L’assedio continua, gli olandesi non escono dalla loro metà campo e a meno di dieci minuti dal termine capitolano su rigore, segna Scarone.

La finale di Colombes contro la Svizzera è una passeggiata in confronto, una volta superata la prima difficoltà, quella di decidere l’arbitro. Gli svizzeri premono, infatti, per l’olandese Mutters, che li ha avvantaggiati nei quarti contro l’Italia convalidando “contro ogni regola elementare” il decisivo gol di Abbeglen. In tal caso l’Uruguay si rifiuterebbe di scendere in campo e la commissione arbitrale, fatta da tre francesi, uno svizzero e un olandese designa il francese Slawick. Con una buona mezzora di ritardo la partita comincia e al 9′ Pedro Petrone con un preciso rasoterra ha già segnato. L’Uruguay è superiore ai suoi avversari e a inizio ripresa raddoppia con Cea, anche se in un’azione un po’ confusa. Il 3-0 di Romano serve solo per la statistica: l’Uruguay è campione olimpico e a chi meglio di Pozzo possiamo affidarci per capirne i punti di forza?

Il foot-ball uruguayano è quanto di più fresco, di più tecnico, di più genuino si possa al giorno d’oggi desiderare. Alla difesa spiccò il capitano Nasazzi, un terzino che colpisce la palla a mezzo volo come i migliori professionisti inglesi. Emerge in seconda linea un negro, Andrade, che pare una boite a surprise di tocchi e di risorse. Rifulgono all’attacco la velocità, le doti di palleggio di tutti e cinque gli uomini. Tutti hanno in comune la capacità di illudere l’avversario; […] tutti cercano di provocare azioni favorevoli con passaggi dietro ai terzini, non dove il compagno sia, ma dove il compagno può giungere.

Se poi aggiungiamo che sette sono figli di italiani, non resta che essere contenti. Siamo nel 1924 e l’autarchia è alle porte. [6]

federico

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[1] cfr. Brizzi e Sbetti, Storia della Coppa del Mondo di calcio (1930–2018). Una spiegazione approfondita delle quattro stelle è invece riportata in 100 años de gloria. La verdadera historia del futbol uruguayo
[2] La FUF non è affiliata alla FIFA, né può affiliarsi perché l’organismo internazionale accetta solo una federazione per ogni nazione. Da notare che l’Uruguay prima del 1923 non aveva mai dato importanza alla FIFA, a differenza -ad esempio- di Argentina e Cile, iscritte sin dal 1912
[3] Narancio dal 1914 al febbraio 1923 è stato deputato e senatore per il Partido Colorado; dal marzo dello stesso anno è membro del Consiglio Nazionale, l’organo che detiene il potere esecutivo insieme al Presidente della Repubblica
[4] La FIFA, proprio per ovviare ai costi di una trasferta oceanica, introdurrà prima di Amsterdam il broken time payment, un salario per il tempo non lavorato. La decisione che aprirà di fatto al professionismo farà andar definitivamente via i britannici
[5] cfr. qui quanto scrive il giornalista de “La Vanguardia”. Solo l’Olanda farà un buon torneo; la Spagna perde già al turno preliminare, la Cecoslovacchia va fuori agli ottavi, la Danimarca non c’è neanche a Parigi
[6] Da La Stampa del 7 giugno 1924. Pozzo si riferisce probabilmente a Mazali, Nasazzi, Ghierra, Romano, Scarone, Petrone. Gli ultimi due verranno anche a giocare in Italia. Non chiaro, invece, chi sia il settimo di cui Pozzo parla.