Lanerossi e non solo, le squadre calcistiche con nomi di aziende: 1° puntata

In questo inizio di 2018 il Vicenza è finito spesso sui giornali. Una presenza non voluta e sgradita, visto che si parlava di fallimento della società, esercizio provvisorio e liquidazione. Inevitabilmente molti articoli hanno indugiato sul confronto tra la situazione attuale, un campionato di C da finire quasi pro forma, e i momenti più importanti vissuti in 115 anni di storia, a cominciare dall’unico trofeo ufficiale vinto, la Coppa Italia del 1997, e da quella notte a Stamford Bridge in cui i biancorossi sognarono la finale di Coppa delle Coppe.
Ma dagli amarcord letti qui e là è sembrato trasparire che, più che il ricordo dei singoli episodi, c’è qualcosaltro che nell’immaginario collettivo rimarrà indissolubilmente legato al club vicentino. C’è uno strano primato che sarà ascritto alla società. Del resto, per quelli che hanno una certa età persino citare il nome della squadra veneta non è facile senza rifarsi al marchio che l’ha accompagnata per 37 anni nella più lunga identificazione tra club e sponsor che il calcio italiano professionistico ricordi.

Il sodalizio iniziò nel 1953, quando il colosso Lanerossi riuscì a rilevare la A.C. Vicenza, reduce da un difficile campionato di B e piena di debiti, e terminò nel 1990. In mezzo venti partecipazioni consecutive al campionato di A (dal 1955/56 al 1974/75), un sesto posto nella stagione 1965/66, un ancor più incredibile secondo posto nel 1977/78 e in entrambe le occasioni un attaccante con la casacca biancorossa che vince il titolo di capocannoniere: il brasiliano Luis Vinicio nel 1966, Paolo Rossi nel 1978.[1]

Certo, il motivo per cui ci si ricorda così tanto del Lanerossi Vicenza è che in italia il calcio -a differenza ad esempio del basket- ha resistito a colonizzazione e dominio di imprese che mettevano il proprio marchio direttamente nella denominazione, tipo Ignis Varese o Simmenthal Milano. Tanto che ancora oggi operazioni come quella che ha portato la Ternana a chiamarsi Ternana Unicusano sono piuttosto isolate e decisamente malviste da chi, come noi, teme che si arrivi a un calcio fatto di franchigie e non di società con una propria storia e con propri colori sociali.
In realtà, già nel 1920/21 in Promozione, l’allora serie cadetta, erano spuntate squadre con nomi di aziende, tutte concentrate nei vertici del triangolo industriale Torino-Genova-Milano. Nel girone A ligure c’era il Gruppo Sportivo Ansaldo Genova, che fu protagonista il 2 gennaio 1921 di una sconfitta per 19-0 sul campo dei Giovanti Calciatori Genova e, probabilmente, l’unica partita che stava vincendo (2-1 sul Pontedecimo) gli fu poi data persa a tavolino perché il pubblico invase il campo. Nel girone B c’era, invece, la Giovani Calciatori Officine Elettro-Meccaniche di Rivarolo, anch’essa terminata con zero punti all’ultimo posto del suo raggruppamento. Nel gruppo B Piemonte troviamo, invece, la S.C. Michelin di Torino, che vinse almeno una partita, 3-1 sulla Braidese come ci informa La Stampa del 24 gennaio 1921, anche se non superò la fase preliminare. Tra Milano e dintorni, infine, due Gruppi Sportivi: quello della Magneti Marelli Sesto San Giovanni, che arrivò ultima nel gruppo F, e quello della Pirelli di Niguarda, che vinse il girone E e arrivò poi quinto nel girone finale che assegnava un posto nella affollatissima Prima Categoria 1921/22.

Almeno cinque società, dunque, nate quasi sicuramente per volere dell’azienda eponima, come suggerisce l’inserimento delle parole “Gruppo Sportivo” o “Giovani Calciatori” nella denominazione in almeno quattro casi. Altre se ne affacciarono tra il 1921 e il 1925 tra Promozione/Seconda Categoria e Terza Categoria, dal Gruppo Sportivo Tintoria Comense alla Cantieri Navali del Triveneto di Monfalcone, dalla Cantoni Coats Lucca ai Gruppi Sportivi della FIAT di Torino e di Avigliana.
Un fenomeno, pur non capillare, le cui origini vanno ricercate, a nostro parere, nell’interesse da parte delle aziende, specie delle più grandi, di organizzare attività collaterali, di carattere socio-culturale, ludico o sportivo che fossero complementari a quella lavorativa e coinvolgessero i propri dipendenti per cercare di “fidelizzarli”.[2] Non dimentichiamoci, infatti, che il biennio 1919-1920 fu caratterizzato da forti rivendicazioni della classe operaia, scioperi e occupazioni di fabbriche, tanto da passare alla storia come biennio rosso, e che il fascismo, la cui scalata al potere fu agevolata da alta borghesia e industria in ottica anti-operaia, istituì nel 1925 il dopolavoro fascista, a seguito della creazione dell’omonimo ente, e così istituzionalizzarono l’idea che il tempo libero dei lavoratori e delle lavoratrici andava organizzato e strutturato col chiaro intento di meglio controllarne la vita.
Un po’ per avvalorare la nostra tesi, un po’ perché riferimenti bibliografici che riguardino specificamente la nascita di questi sodalizi calcistici dal nome aziendale non ne abbiamo ancora trovati, proviamo a fare qualche passo indietro nel tempo e qualcuno a lato nello spazio, sconfinando anche in altri sport, e cerchiamo innanzitutto di capire se e quanto il ritagliarsi del tempo libero per sé, al di fuori del tempo della fabbrica, fosse diventato un obiettivo importante da perseguire per i lavoratori e le lavoratrici di inizio secolo XX.

federico

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[1] Va precisato che la Lanerossi aveva prima del 1953 legato il suo nome alla squadra di Schio in tre periodi: nella stagione 1932/33 e nella successiva, dal 1939/40 allo scoppio della guerra e, infine, nelle stagioni 1951/52 e 1952/53. Poi il salto di categoria con l’acquisto del Vicenza
[2] Qualcosa di simile stava accadendo nel Nord minerario della Francia, come spiega Marion Fontaine in Le Racing Club de Lens et les ‘Gueules Noires’. Essai d’histoire sociale (2010): in un’area nota per le tensioni di classe, le compagnie minerarie avevano interesse a far affezionare i lavoratori ai club calcistici locali, da loro direttamente o indirettamente gestiti, promuovendo l’entrata in squadra dei lavoratori più giovani. Kopa, ad esempio, iniziò così

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