Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991 i caccia di una coalizione internazionale, capitanata dagli Stati Uniti sotto l’egida dell’ONU, diedero inizio ai raid su Iraq e Kuwait, invaso da Saddam Hussein nell’agosto dell’anno precedente per questioni ovviamente legate all’estrazione del petrolio. Chissà come mai, quando c’è di mezzo l’oro nero l’Occidente si muove per rovesciare dittature e restituire la sovranità a Stati normalmente abbandonati al proprio destino, ma questa è un’altra storia.
Qui ci interessa sottolineare che la cosiddetta prima guerra del Golfo rappresentò di fatto il primo conflitto “televisivo” della storia, con tanto di bombardamenti in diretta, opinionismo h24 e gare a chi si accaparrava l’esclusiva prima degli altri. Interessante constatare l’atteggiamento iniziale della Rai, o meglio dell’allora direttore generale Pasquarelli, che (forse una volta arresosi al gioco d’anticipo di Emilio Fede e del suo Studio Aperto) vietò trasmissioni non stop per «evitare inutili allarmismi» riguardo al conflitto, che del resto per Fabrizio Del Noce, futuro deputato berlusconiano e direttore di Rai1, era incruento, una «guerra hi-tech ad altissima precisione». Bah.
Quando poi, però, fu abbattuto il Tornado di Maurizio Cocciolone e Gianmarco Bellini e questi vennero catturati dalle truppe irachene, scattò quell’empatia per i “nostri ragazzi” che riesce sempre a tirare fuori il peggio dalla televisione italiana. All’epoca avevo nove anni, ma mi ricordo quanto fosse stucchevole e ridondante il loop feticista del video in cui Cocciolone con un occhio nero dice ai genitori di non preoccuparsi e che la guerra era il modo sbagliato di affrontare la questione. Peraltro nel 2013 il ministero della difesa ha avuto l’ottima idea di usare la scatola nera per mettere su YouTube “gli istanti prima dell’abbattimento su Kuwait City”, capolavoro la cui visione è straconsigliata soprattutto per gli effetti speciali dello schianto al suolo e la musichina dozzinale che accompagna un finale intriso di eroismo.

Tornando a noi, c’è poi qualcosa di più nazionalpopolare del patriottismo di circostanza? Certo, il calcio, ça va sans dire. D’altronde «quale mix più perverso, e allo stesso tempo più biecamente naturale, come quello tra guerra e calcio?», si chiedeva Rina Gagliardi ne Il Manifesto del 21 gennaio 1991; non senza far notare, a ragione, quanto sia “militarizzato” il linguaggio del calcio: bomba, cannonata, cannoniere, fucilata, sfondamenti, tattiche, strategie, fortini, bomber (anche se quest’ultimo ormai nell’internet veste beceri abiti civili) eccetera eccetera.

Guida TV del giugno 1991

Guida TV del giugno 1991

L’argomento dell’articolo era Il Processo del Lunedì di Aldo Biscardi andato in onda due giorni prima, in cui la guerra si era talmente intrecciata con lo spettacolo da essere più importante delle interviste al golden boy Alessandro Melli.[1] Ospite in studio la nazionale militare al gran completo, che dopo un «comizio tricolore» di Cesare Lanza fu costretta a collegarsi in diretta con le truppe italiane in Iraq. «Siete solidali con i vostri commilitoni in guerra? Volete dire qualcosa?». Silenzio imbarazzante, ovvio. Solo Pierluigi Casiraghi si lanciò in un timido (ma quantomeno dignitoso) «speriamo che questa guerra finisca presto». Meno male che a uscire dall’impasse ci pensò Alberto Bevilacqua, mica l’ultimo degli stronzi. «Io, finora, avevo le idee confuse su questa guerra. Adesso non ce le ho più. Saddam Hussein deve essere annientato con tutti i mezzi. Deve morire». Applausi scroscianti. E pensare che nella puntata precedente del Processo, quando l’attacco all’Iraq non era ancora stato sferrato ma era comunque nell’aria, si erano già raggiunti grandi picchi, come ad esempio la fine analisi geopolitica del fresco protagonista del famoso “ti faccio sparare”, Totò Schillaci, «il mondo è bello, spero che Saddam si convinca (a rispettare l’ultimatum dell’ONU e lasciare il Kuwait, ndr)», o l’assennata domanda di Casarin a Gullit: «ma quando hai segnato quel gran gol a Bari, hai pensato a quello che sta succedendo nel mondo?». A dimostrazione che “quando non può andare peggio di così, lo farà” (dai corollari della Legge di Murphy).

Il fatto è che a essere surreali non furono gli effetti dello scoppio della guerra per la serie A, se di essi si può parlare, ma la loro narrazione. Se all’interno degli stadi possiamo ricordare qualche striscione contestuale, dapprima “messaggi a Saddam Hussein” («bombarda Roma», gli suggerirono i tifosi dell’Atalanta, mentre quelli del Napoli fecero notare sia al dittatore iracheno che a George Bush che comunque «solo Careca tira le bombe») poi divenuti ben più pacifisti dopo l’abbattimento del Tornado, il giornalismo sportivo oscillò tra l’imbarazzato e l’imbarazzante. Tutto il calcio minuto per minuto domenica 20 gennaio iniziò quasi scusandosi perché andava in onda durante un conflitto, mentre Curzio Maltese ne La Stampa fece notare che «paradossalmente, la tristissima circostanza ha restituito agli appassionati un calcio più umano e più vero (…). Posto un fatale limite al delirante Blob domenicale, il rito del campionato in tv è apparso più svelto, essenziale, godibile (…). La Parietti in tv ha avuto il buon gusto (o l’ipocrisia?) d’infilare un tailleur, anche se non purtroppo quello di risparmiarci la voce rotta, l’occhio velato col trucco e la frase storica: per la prima volta nella mia vita non trovo le parole».

Sugli spalti per Inter-Lecce

Sugli spalti per Inter-Lecce

Ma c’era anche chi si preoccupava dell’affluenza di pubblico, come L’Unità del 22 gennaio. In mezzo ai panegirici sul Parma delle meraviglie di Nevio Scala, la provinciale (del resto Calisto Tanzi non si era ancora rivelato per quel che era) che sconfiggeva il Milan di Silvio Berlusconi, troviamo il seguente titolo: «L’effetto Golfo contagia il calcio. Negli stadi 105mila assenti», probabilmente per paura di attentati. Fabrizio Bocca su Repubblica riscontrò che «un altro chiaro segnale di inquietudine era già arrivato da parte del Coni, che verso l’ ora di pranzo aveva comunicato il montepremi del Totocalcio: ventinove miliardi contro i trentuno della settimana scorsa.»
Al solito fu la retorica a uscirne vincitrice: «La serie A è stata solo la grande vetrina di questa singolare, frazionata, irregolare manifestazione pacifista», proseguì Bocca, inserendo tra queste rimarcabili iniziative dei tifosi anche il coro “chi non salta è un iracheno”, giudicato positivo quanto i cartelli “NO WAR” e la filodiffusione di Give Peace a Chance di John Lennon, per poi chiudere con uno splendido cortocircuito: «E dopo la partita, subito fuori lo stadio e alla stazione la solita rissa, i soliti vetri rotti. Ma il resto, per fortuna, era solo voglia di pace».

daniele

foto in cima da Curva Filadelfia

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[1] Melli aveva realizzato un doppietta nel 2-0 al Milan il giorno precedente

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