Nel dicembre del 1912 le Nazionali di Italia e Austria si incontrano in amichevole a Genova. La vittoria per 3-1 ottenuta dagli ospiti conferma il gap esistente tra le due compagini già evidenziato dall’unico altro precedente, peraltro molto fresco: un sonoro 5-1 rimediato dagli azzurri al torneo di consolazione delle Olimpiadi di Stoccolma.
Eppure in occasione della “rivincita”, andata in scena al Prater il 15 giugno 1913, gli austriaci fanno le cose in grande e pompano l’avvenimento. Non per l’importanza della posta in palio, visto che è un’altra amichevole; non per l’incertezza del risultato, visto che i padroni di casa si impongono 2-0. In ballo c’è ben altro. Scrive, infatti, l’inviato de La Stampa:

Su tutti i tram si distribuivano foglietti volanti e tutti i giornali politici avevano dedicato all’avvenimento lunghi articoli nei quali, salutando con parole calorose l’arrivo dei giocatori italiani, rilevavano l’importanza dell’avvenimento sportivo e il significato politico di questo incontro che univa sul campo del giuoco i rappresentanti di due Paesi alleati

“Accenno politico” che viene ripetuto anche la mattina del 15, quando “in un ricevimento fatto al Municipio di Vienna”, il vice-sindaco rimarca la fedeltà del Regno d’Italia “dimostrata durante la crisi bosniaca e la recente crisi balcanica”. Dalle parole del cronista traspare l’imbarazzo che la delegazione italiana deve aver provato nel trovarsi al centro di uno scambio di messaggi nemmeno tanto velati.
L’Impero Austriaco durante buona parte del XIX secolo ha, infatti, rappresentato per tutto il Nord il nemico contro cui combattere per fare l’Italia. Per gli irredentisti le cose son rimaste tali, anche se dal 1882 casa Savoia e Vienna -e impero tedesco- sono legati da un patto, la Triplice Alleanza, che li obbliga vicendevolmente a intervenire in caso di aggressione subita sul proprio territorio da altre potenze, leggi Francia e Inghilterra. Un patto di natura difensiva, che ha di fatto avvicinato i due Stati. Ma evidentemente in Austria non devono fidarsi molto, se non si fanno sfuggire l’occasione di un match di calcio per rimarcare in maniera anche ossessiva questa alleanza.
Ad ogni modo, in rappresentanza della FIGC prende parola il vicepresidente Valvassori che “rilevando questa nuova cordialità di rapporti” ringrazia tutti dell’accoglienza.
Il giorno dopo tutti i giornali di Vienna si occupano a lungo del match e riconoscono il valore della squadra italiana, tranne “la socialista Arbeiter Zeitung che sente il bisogno di scrivere frasi scortesi.”

Passano alcuni mesi e nel gennaio del 1914 va in scena una nuova sfida tra Italia e Austria all’Arena Civica di Milano davanti a 12000 persone, che per l’epoca è una folla immensa. Una sfida calcisticamente importante per gli azzurri che hanno interesse a confrontarsi con una Nazionale più forte. L’Italia per la prima volta esce indenne, anzi sfiora la vittoria, fermata solo dalle grandi parate di Pihak. Al banchetto al Caffé Ristorante Cova, però, la componente politica riaffiora ed ecco il senatore Panizzardi, memore della mirata accoglienza riservata agli azzurri a Vienna pochi mesi prima, perdersi in un “uno splendido panegirico dello sport, quale mezzo di affratellamento,” e concludere con “un evviva a Francesco Giuseppe”.[1]

Un brindisi che appare decisamente sarcastico se pensiamo che il 24 maggio dell’anno successivo calmo e placido al passaggio dei primi fanti il Piave mormorerà: “Non passa lo straniero!” E quello straniero sarà proprio l”alleato’ austriaco.

federico

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[1] Il virgolettato è tratto da La Stampa. Da notare come in occasione del match di Genova del novembre 1912 l’unico gesto da alleati di cui lo stesso giornale dà notizia è l’offerta da parte del capitano Fossati al suo omologo austriaco di un “labaro d’onore fregiato dei colori della nazionale alleata”

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