Le interviste possibili. 2° puntata: Il Torneo Dimondi

A Bologna a partire dal 21 ottobre 2017 andrà in scena la terza edizione del Torneo Dimondi, una manifestazione davvero particolare che coinvolge molte realtà operanti nel tessuto sociale della città emiliana. Ci facciamo spiegare cosa è da Antonio dell’Associazione Leib-Il corpo che resiste.

Calcio Romantico: Puoi spiegarci innanzitutto cos’è Leib?

Antonio: Leib è un collettivo che nasce per sostenere, all’interno delle istituzioni e dei processi sociali, azioni e riflessioni che partano dal corpo e riguardino il corpo. Ci interessiamo a vario titolo di pratiche -come ad esempio lo sport- e promuoviamo progetti, attività di ricerca e formazione tesi a rompere quei “muri” che, nella loro duplice veste di sapere e di potere sul corpo, ne sorreggono un effetto disciplinante. Effetto che caratterizza anche il mondo sportivo. Basti pensare alle regole o all’idea che determinati soggetti non possono praticare particolari attività se non in contesti opportunamente creati.
Crediamo che il corpo sia il punto di partenza di ogni trasformazione sociale e intendiamo le pratiche del corpo come vere e proprie tecniche del sé, come processi di soggettivazione capaci di strutturare un rapporto dialettico e resistente con il potere.
Tra i progetti più interessanti che abbiamo seguito negli ultimi tempi, c’è la partecipazione e la co-organizzazione del Torneo Dimondi

CR: Puoi raccontarci cosa è e come funziona questo Torneo Dimondi?

A: Il Dimondi è un torneo di calcetto auto-organizzato e itinerante, promosso dai nostri amici dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Il Grinta e giunto alla terza edizione. Nel 2016/17 ha coinvolto ben 16 squadre dell’hinterland bolognese, il doppio rispetto alla stagione d’esordio. C’erano rappresentative di altri collettivi (vedi HSL e Atlantide) o di altre associazioni ascrivibili a vario titolo al mondo dello “sport popolare”, ma anche formazioni provenienti da realtà molto diverse: Diavoli Rossi e Lungoreno Fc, che mettono insieme gente che opera nel campo della salute mentale, utenti e familiari; Zac Republic, in rappresentanza del cento di accoglienza Zaccarelli; Progetto Ultrà, tra i promotori dei Mondiali Antirazzisti, arrivati ormai alla ventunesima edizione; La Brigata della Pace, un collettivo particolarmente attivo contro le discriminazione di genere; e poi ancora la squadra della Scuola di Italiano per Migranti di XM24, un’associazione buddistica e tanto altro.

Le squadre, suddivise in due gironi da otto hanno dato vita ad otto giornate, di cui tre comuni a entrambi i gironi. Ogni realtà ha organizzato una giornata del torneo, che prevedeva, oltre alle partite, un terzo tempo come momento conviviale segnato da laboratori, dibattiti e seminari di autoformazione.
A mio avviso, però, vanno considerate parte integrante del torneo anche le giornate di autofinanziamento e tutti i momenti di solidarietà creatisi a seguito di particolari situazioni di criticità… e quest’anno a Bologna non sono state poche. L’ultima, in ordine di tempo, si è conclusa con lo sgombero del circolo dove si svolgevano le assemblee del Dimondi e dove Leib e altre realtà come la nostra avevano sede.

CR: Ma questo Dimondi è un torneo con classifica, fatto di “sano” agonismo o cosa?

 A: Con l’intento di ridimensionare la tensione agonistica verso la vittoria, nonché di smascherare la logica “meritocratica” che ricopre il mondo sportivo, non solo le partite sono auto-arbitrate, ma è anche prevista la trasformazione delle regole del gioco per adattarle alle soggettività che vi partecipano e renderle quanto più competitive possibile. È un po’ il discorso sulla rottura dei muri disciplinari cui accennavo all’inizio.
Può succedere, ad esempio, che una squadra possa avere un numero maggiore di giocatori o che possa proporre ruoli diversi da quelli tradizionali. Lo scorso anno, ad esempio, è stato introdotto il ruolo del “vagante”, che ha reso possibile la partecipazione a soggettività particolarmente ansiose e con poca esperienza di terreno verde: infatti, il vagante quando porta di palla non può essere pressato dagli avversari (eccezion fatta per il portiere) e può “autogestire” la propria possibilità di far gol.
Abbiamo inoltre pensato, per fuoriuscire dalla logica prettamente competitiva, di affiancare alla classifica “tradizionale” legata ai risultati sul campo una nuova classifica, ribattezzata “presabbene”. Questa diversa classifica ha dei punteggi legati alla modalità di stare in campo di ciascuna squadra e in generale alla modalità di partecipazione alla giornata, nonché al rispetto delle regole condivise e dell’avversario. Da non confondersi con il fair play, che spesso è ipocrita e non mette mai in discussione la “natura” delle regole, nonché l’aspetto politico e sociale che queste comportano.
Il torneo in altre parole punta a promuovere socialità e pratiche concrete di trasformazione sociale, ponendosi di fatto contro ogni forma di discriminazione.

CR: In questo articolo sullo sport popolare definisci il Torneo Dimondi una “eterotopia”. Ci spieghi cosa vuol dire? 

A: Come affermava il filosofo francese Michel Foucault, se le utopie non sono luoghi reali, le eterotopie sono una sorta di contro-luoghi realizzati in luoghi reali, luoghi-altri, ma che possono essere localizzati e attraversati, e che permettono la “contestazione mitica e reale dello spazio in cui viviamo”.
Provando a descrivere il Torneo Dimondi come luogo e spazio politico, credo che il termine “eterotopia” si presti particolarmente. Innanzitutto perché un torneo di calcio non si può collocare in uno spazio sociale dell’immaginario o dell’utopico: esso si presenta come uno spazio sociale reale, in cui le utopie sono effettivamente realizzate.
Molto semplicemente… la materialità delle linee del campo segna il luogo in cui si sperimentano le regole del gioco, che a loro volta contrappongono, dispongono nello spazio e relazionano corpi. Corpi che tra l’altro difficilmente si sarebbero incontrati.
Migranti, operatori, soggettività del mondo del disagio mentale o del disagio sociale, collettivi politici o semplici gruppi amicali… sono tutte categorie che, chiuse sempre più all’interno di percorsi di vita individualizzanti ed etichettanti, non riescono ad incontrarsi in un spazio sociale condiviso, con la conseguenza politica di non riuscire mai ad articolare collettivamente le lotte politiche.
Questo fa del Dimondi un contro-luogo in cui –parafrasando Foucault- tutti gli altri spazi reali sono, al contempo,  rappresentati, contestati e rovesciati. Nel caso specifico del torneo questo rovesciamento si evince da due aspetti riguardanti l’abitare lo spazio urbano, ma anche il proprio stesso corpo.
Per quanto riguarda il primo aspetto, il torneo ha avuto la forza e anche la creativa, di riappropriarsi, pur se per poche giornate o addirittura per poche ore, di alcuni spazi (giardini pubblici, centri sportivi, centri sociali) trasformandone radicalmente la funzione e producendone anche un diverso immaginario.
L’altra trasformazione visibile o comunque possibile è quella del sé in rapporto al mondo, a partire dalla propria corporeità. Mi spiego meglio. La partecipazione al torneo, seppur parzialmente, ha cercato di arricchire il vissuto di ognuno, ma non lo ha fatto creando una sorta di isola felice o una fuga momentanea della realtà, azioni legate ad esempio alla fruizione dello sport mainstream. Con il torneo si è tracciata, a parer mio, una linea di continuità tra il concetto di inclusione e quello di trasformazione sociale: le singole soggettività sono state infatti incluse, senza che le loro “differenze” venissero neutralizzate, anzi usandole come spunto per cercare forme di co-soggettivazione del tutto originali.

CR: Ultima domanda. Si parla spesso di sport popolare in relazione all’attività pratica da molte società dilettantistiche che da Nord a Sud hanno promosso negli ultimi anni diverse esperienze partendo dal basso. Quali, secondo te, le affinità e le differenze tra chi gioca al Dimondi e chi pratica sport popolare? 

A: Io credo che l’uso dell’aggettivo “popolare” serva a far capire che la pratica sportiva cui si riferisce è volta principalmente alla trasformazione e alla emancipazione sociale. Le varie realtà e le singole esperienze, pertanto, ri-significano diversamente cosa vuol dire popolare senza snaturarne il significato. Se da una parte lo sport mainstream si afferma come un dispositivo mirato ad assoggettare corpi ed escludere soggettività, quello popolare deve provare invece ad articolare la sovversione delle stesse soggettività.
L’arcipelago dello sport popolare si presenta, dunque, come un insieme di realtà uniche, difficilmente riproducibili in altri contesti, in costante tensione tra la cultura che si produce nel campo e quello che si produce fuori. Il Dimondi è una di queste realtà. Non credo, però, che si possa mai arrivare a dire collettivamente cosa sia lo sport popolare e ingabbiarlo in una sterile definizione.
Come Leib, a tal proposito, stiamo cercando di sostenere una co-ricerca dello sport popolare/sullo sport popolare per incontrare e confrontarci con le altre realtà e gli altri attori sociali che sul territorio nazionale stanno facendo dello sport una prassi politica.

CR: Molte grazie. E avvertendoti che quest’anno faremo di tutto per partecipare a una giornata del Dimondi, ti invitiamo a ricordarci data e luogo del primo appuntamento. 

A: Rinnovandovi l’invito vi ricordo che il Dimondi inizierà sabato 21 ottobre presso il Parco Parker-Lennon a partire dal primo pomeriggio. Quest’anno molte sono le novità, tra cui una squadra composta da un solo carismatico giocatore antifascista con il compito di accogliere nelle proprie fila i possibili visitatori come voi.

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