Forse in Russia è andata in scena l’ultima Confederations Cup, una manifestazione da fine stagione negli anni dispari che la FIFA ha provato a sponsorizzare, ma che in fondo non ha mai preso piede. Se, infatti, da campioni del mondo Francia, Brasile e adesso Germania hanno vinto -almeno- un’edizione, non è ancora mai successo che la squadra campione in carica della Confederations Cup divenisse poi campione del mondo l’anno dopo. Il fondo, da questo punto di vista, si è toccato nel 2014: le tre nobili medagliate dell’edizione 2013, Brasile Spagna e Italia, ai Mondiali brasiliani hanno ottenuto risultati che dire deludenti è dire poco.
Tuttavia, c’è un’indicazione che emerge da quanto il campo ci ha fatto vedere tra Mosca, Sochi, Kazan’ e San Pietroburgo in queste due settimane di inizio estate. Un’indicazione molto forte, se combinata con l’esito dato dei Campionati Europei Under 21 disputati in concomitanza in Polonia: al di là di chi vincerà il prossimo Mondiale, il futuro sembra più che mai tedesco.

Già, la Germania. Löw se l’è giocata bene. A fine stagione 2015/16 aveva fatto capire che in Russia avrebbe portato una formazione sperimentale perché non era pensabile che gente come Neuer, Özil o Thomas Müller avesse voglia di un’altra estate senza troppe vacanze per la gioia di confrontarsi con Australia, Cile e Camerun. Del resto la Mannschaft Under 23 era reduce da un argento alle Olimpiadi di Rio e, quindi, giovani da provare ce n’erano a sufficienza. Non contento, il ct tedesco ha però deciso di prendere a piene mani dalla nazionale Under 21 guidata da Kuntz, che nel torneo di qualificazione agli Europei polacchi aveva viaggiato a gonfie vele. Timo Werner, Ginter, Süle, Henrichs sono stati aggregati alla squadra maggiore, Leroy Sane lo sarebbe probabilmente stato se non infortunato. Senza contare che giocatori Kimmich, Brandt e Goretzka erano già stati promossi, nonostante la giovane età, e quindi mai utilizzati da Kuntz nel biennio di qualificazione.

Comunque, che la Germania sperimentale di Löw potesse avere la meglio in Confederations Cup tutti in fondo se lo aspettavano. I suoi avversari non avevano la stessa abitudine a vincere e questo si sa che conta; e poi tutti i convocati, giovani o meno giovani, sapevano di giocarsi la possibilità di tornare in Russia da qui a un anno. E così dopo un avvio un po’ stentato, con un 3-2 di misura sull’Australia anche a causa delle papere di Leno -poi sostituito da Ter Stegen- e un 1-1 in rimonta con il Cile, è arrivato il 3-1 sul Camerun che ha permesso di evitare il Portogallo in semifinale. Il Messico di Osorio nel penultimo atto non è stato, infatti, un avversario all’altezza, soprattutto in difesa: un’azione di Henrichs sulla destra e una di Werner al centro, entrambe finalizzate da Goretzka hanno spaccato la partita e portato il risultato sul 2-0 già al minuto 8. Il match è poi finito 4-1.
Dall’altra parte del tabellone il Cile ha, invece, dovuto attendere i rigori per avere la meglio sul Portogallo e toglierlo di mezzo. Il doppio legno colpito prima da Vidal e poi da Martin Rodriguez al 119′, se da un lato reso meritata la vittoria poi legittimata da una strepitosa prova di Claudio Bravo, dall’altro ha messo in evidenza come i cileni, per quanti tosti e ben messi in campo, segnino davvero poco.
Questo limite della squadra guidata da Juan Antonio Pizzi è stato, a conti fatti, la principale causa della vittoria tedesca in finale. La Germania ha approfittato al 20′ di un errore di Marcelo Diaz per segnare con Stindl -a proposito, lode all’attaccante del Borussia Mönchengladbach che segna tantissimo ma che in molti snobbano-, ha sfiorato sempre agendo in ripartenza il raddoppio con Goretzka a fine primo tempo e poi si è retta sulle prodezze di Ter Stegen e sugli errori sotto porta, prima di Vidal e poi del nuovo entrato Sagal.

La cosa che, invece, in pochi si aspettavano è che l’altra Germania, quella Under 21 di Kuntz con tutte quelle assenze riuscisse alla fine ad avere la meglio sulla Rojita di Asensio e Saul. Biscotto a parte, la strada dei tedeschi ha paradossalmente conosciuto in nella semifinale vinta ai rigori con l’Inghilterra una tappa più dura di quella affrontata in finale contro la favoritissima Spagna. Contro gli inglesi i ragazzi di Kuntz si sono, infatti, trovati sotto 2-1 a inizio ripresa, con una difesa da puntellare per l’assenza di Stark, con la stellina Gnabry poco ispirata e con il centravanti Selke infortunato. Ma proprio i tre cambi operati hanno mostrato qual è la forza attuale del movimento tedesco: l’entrata del ventenne Kehrer ha messo a posto la retroguardia, l’altro ventenne Amiri dell’Hoffenheim ha dato vivacità sulla fascia, il ventunenne Platte, appena entrato, ha messo dentro di testa il 2-2. E senza una chiamata dubbia di off-side avrebbe fatto anche il terzo e non avrebbe costretto tutti ad attendere i tiri dal dischetto.
In finale, invece, la Spagna non è in pratica entrata in partita per un intero tempo, irretita dal pressing condotto dai tedeschi. il gol di Weiser al 40′ su cross di Toljan, laterale dell’Hoffenheim che le grandi farebbero bene a tenere d’occhio, ha sancito questa superiorità anche nel punteggio, poi nella ripresa la difesa comandata dal rientrante Stark è riuscita a limitare la pericolosità degli avversari ai soli tiri dalla distanza di Saul e Dani Ceballos che, stavolta, a differenza di quanto accaduto contro Portogallo e Italia, sono finiti a lato.
Evidentemente era destino, ma è un premio meritato per il movimento calcistico tedesco, in grado di tenere una squadra di campioni del mondo a riposo e di vincere due competizioni contemporaneamente mettendo in mostra una trentina di giocatori tra i 20 e i 28 anni.

federico

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