beto_para_rigore_ansaLe squadre che non riescono mai a vincere pur arrivando con frequenza a un passo dalla meta, dopo un po’ cominciano a suscitare simpatia o compassione. Deve essere questo il motivo che mi ha spinto a smettere di seguire la finale di Europa League non appena l’arbitro tedesco Brych ha fischiato la fine del secondo tempo supplementare. La fine mi sembrava già scritta, con un portiere così in serata come Beto il Siviglia aveva più possibilità del Benfica di alzare la coppa e questo un po’ mi dispiaceva. Ci ho azzeccato, ma, quanto al ruolo di profeta, nulla in confronto a Béla Guttmann.
Ad ogni modo, riavvolgiamo il nastro della partita prima di discettare di maledizioni vere o presunte e partiamo da una considerazione banale e contraddittoria, come lo stile giornalistico richiede: il Siviglia non ha rubato niente, ma il Benfica ha tutte le ragioni per recriminare.

Conscia della leggera inferiorità tecnica, la squadra spagnola allo Juventus Stadium ha giocato la sua partita, impostata su una difesa rocciosa (anche troppo a volte) e rapidi ribaltamenti di fronte condotti dal croato Rakitić. E ha anche avuto le sue belle occasioni: a metà ripresa è Oblak, il portiere sloveno del Benfica, a fermare Vitolo e Reyes, al minuto 102′ è Bacca ad angolare colpevolmente un diagonale che chiedeva solo di essere trasformato in rete.
Così è il Benfica che ha fatto la partita e per questo avrebbe meritato la vittoria “ai punti”. Ma molte cose le sono andate storte: l’uscita per infortunio al 25′ di Sulejmani (peraltro già sostituto dello squalificato Marković), in seguito a due interventi di Fazio e Moreno che costano ai difensori del Siviglia l’ammonizione; le tante volte in cui Rodrigo, Nico Gaitán e poi Cardozo in area di rigore non concludono con la dovuta potenza e lucidità; il tiro di Lima (il migliore dei suoi) al 48′ fermato sulla linea da Pareja; le incursioni di Garay che non hanno la stessa fortuna che nella semifinale d’andata con la Juventus; il concetto di football dell’arbitro Brych che permette un gioco maschio, per dirla come ai vecchi tempi, e sorvola alla fine del primo tempo su un intervento a tergo di Fazio su Nico Gaitán in area di rigore. E, a proposito di rigori, la sentenza già scritta. Beto, che ha già bloccato tutto quello che i suoi avversari sono riusciti a indirizzare nello specchio della porta, para i tiri dal dischetto di Cardozo e Rodrigo, mentre i suoi compagni Bacca, M’Bia, Coke e Gameiro non sbagliano.

Un giovane Eusebio e un sorridente Guttmann con la Coppa Campioni del 1962

Un giovane Eusebio e un sorridente Guttmann con la Coppa Campioni del 1962

Per il Siviglia è la terza Coppa UEFA (la prima con la nuova denominazione), dopo le due consecutive vinte nel 2006 e nel 2007. Per il Benfica è l’ottava finale persa consecutivamente da quel 1° Maggio 1962 in cui la leggenda vuole che la famosa frase di Guttman sia stata pronunciata: “D’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni.”
Di anni ne sono passati già 52 e la maledizione non si è interrotta neanche nell’anno della scomparsa di Eusebio, l’uomo simbolo di quel Benfica, nonché autore della doppietta al Real Madrid che il 2 maggio 1962 avrebbe dato ai portoghesi quella che è ancora l’ultima coppa internazionale vinta. Vedremo se a Lisbona dovranno attendere ancora 48 anni.
E, pur se non ha a che fare con una esplicita maledizione, anche gli anni che ci separano dall’ultimo successo italiano in Coppa UEFA cominciano a diventare tanti, 15. Ultima vittoria, anzi ultima finale raggiunta, è datata 1999 e ascritta al Parma di Crespo (3-0 all’Olympique Marsiglia). In sostanza, da quando la Coppa delle Coppe è stata soppressa e la UEFA si è inventata il ripescaggio delle eliminate in Champions, le squadre italiane hanno detto ciao alla Coppa UEFA e alle sue successive trasformazioni. E se dapprima ci si poteva nascondere dietro un poco produttivo snobismo, adesso la situazione comincia a diventar seria. La Juventus, che dopo sei anni ha riportato l’Italia in semifinale, ci ha provato davvero a vincere col Benfica, sperando poi di poter giocare in casa la finale. Eppure ha perso 2-1 a Lisbona e non ha saputo andar oltre uno 0-0 in casa nonostante una buona mezzora in superiorità numerica. Segno di una inadeguatezza generale al livello europeo.
Intanto il calcio iberico avanza e il Portogallo insidia il quarto posto dell’Italia nel ranking UEFA. Infatti, più che di Europa League è meglio parlare di Iberia League: nelle cinque edizioni con la nuova denominazione la Spagna ha colto tre successi, il Portogallo uno e altre due volte ha visto una sua squadra perdere in finale di stretta misura contro una squadra di un’altra nazione. Indovinate qual è questa squadra?

federico

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La maledizione di Béla Guttmann. Nel 1962 il Benfica vince la sua seconda Coppa Campioni consecutiva, che va ad aggiungersi alla Coppa Latina del 1950. La leggenda vuole che il giorno prima della finale il presidente del Benfica neghi a Guttmann un premio in denaro per l’eventuale successo. L’allenatore ungherese, che già da tanti anni insegna calcio in tutto il mondo, sbatte la porta e se ne va lanciando la sua maledizione. Il Benfica è la squadra più forte d’Europa nel momento in cui Guttmann pronuncia il suo anatema, eppure sin dalla finale dell’Intercontinentale 1962 e da quella della Coppa Campioni 1963 (la prima vinta dal Milan) le cose cominciano ad andar male e non si raddrizzeranno. Prima della finale persa contro il Siviglia, i portoghesi hanno perso in finale anche le Coppe Campioni 1968, 1988 e 1990, la Coppa UEFA 1983 e l’Europa League 2013.