Puoi fermare lo sport, non la sua capacità di produrre narrazioni

La narrazione dello sport ai tempi del #Coronavirus, i primi due articoli: L’Atalanta; Stadi, bar e palazzetti

Quando fra una ventina d’anni qualcuno proverà a ricostruire questi mesi in cui l’Italia e il mondo restarono bloccati per la pandemia dovuta al Covid-19, nel cercare di capire quali comportamenti o quali decisioni furono davvero dannose e quali, invece, furono percepite come estremamente pericolose, si troverà a dover dirimere il nodo jogging/passeggiate con il cane/uscite all’aria aperta. Furono davvero responsabili della diffusione del virus molto più di altri fattori? O fu solo una caccia alle streghe?
Lungi dal voler dare giudizi in merito con la scarsa prospettiva di chi da casa nell’ultimo mese è uscito solo raramente, l’osservazione da cui voglio partire è che anche la dimensione legata al jogging e, quindi, all’attività fisica en plein air ha prodotto narrazioni decisamente negative, così come altri aspetti dello sport analizzati nei precedenti due pezzi proposti . Il ragionamento fatto dai più sarà stato più o meno questo: il runner è libero di scendere in strada, non è obbligato; ergo, se corre sta anteponendo le sue ragioni personali a quelle della comunità e, quindi, è incurante delle regole e per questo va vituperato. Senza, quindi, l’attenuante che in una situazione di costrizione, come quella attuale, un minimo di attività all’aperto potrebbe essere necessaria per mantenere l’equilibrio psichico.
Affidato ai social, il tam tam contro chi faceva jogging è diventato subito virale ed è approdato sul tavolo del Presidente del Consiglio che ha provato a regolamentare il tutto su scala nazionale. In due tempi: decreto 11 marzo, per il quale correre anche al parco è ancora possibile, ma si devono evitare assembramenti e, comunque, è meglio non uscire; ordinanza del ministero della Salute del 20 marzo, che, su pressione di sindaci e governatori delle città del Nord più colpite, chiude i parchi pubblici e limita corsette solo in prossimità di casa. A tutt’oggi le passeggiate e il jogging non sono vietati, ma tra gli spot a cura della Presidenza del Consiglio passati in TV da qualche giorno ce n’è uno che invita a fare ginnastica in casa. Messaggio a cui, ligio, sto ubbidendo. Per la zumba, la vedo dura.

Non è, però, un caso che lo stesso Dpcm dell’11 marzo e il Dpcm del 22 marzo, che ha seguito la sopracitata ordinanza di soli due giorni, contengano altre misure atte a regolamentare il flusso delle persone all’interno delle città e, in particolare, si concentrino sul definire quali sono le attività produttive e commerciali essenziali. Già, perché accanto a chi faceva uso della propria libertà personale per portare a spasso il cane o per fare una corsetta, c’era tutta una fetta di popolazione che in tutta Italia si muoveva per andare al lavoro laddove lo smart working non era stato attivato. Ma questi sono forzati, non possono certo essere insultati e non sono neanche percepiti come pericolosi da chi da casa non si può muovere: il lavoro non è un bisogno residuale come l’attività fisica, bisogna guadagnare per mangiare. Tutto vero, ma forzati da chi?
Il 6 aprile, ovvero più di due settimane dopo l’entrata in vigore delle nuove limitazioni che indicavano esplicitamente i codici Ateco delle aziende che possono rimanere aperte in quanto essenziali (al di là di quanto larghe siano le maglie definite con tale elenco), il tg di La7 delle ore 13:30[1] parlava di industrie che non hanno mai smesso la produzione, che hanno chiesto delle proroghe e si sono rivolte alla camera del commercio per cambiare il proprio codice e restare aperte. Il tutto condito da frequenti interventi del presidente di Confindustria Boccia e simili sulla necessità, da un lato, di iniezione di soldi governativi per limitare la crisi industriale e, dall’altro, di richieste di una riapertura il prima possibile di tutte le attività.
Ora, aziende aperte implica persone che si spostano per lavorare e che potrebbero anche essere costretti a farlo in condizioni non di sicurezza, ma che, se lo stato garantisce ammortizzatori sociali per loro e possibilità di indebitamenti per chi l’azienda la possiede, non lavorano certo per se stessi.
Quanto questo sia stato o potrà essere fattore della diffusione del Coronavirus, di per sé e in confronto agli “untori” che fanno jogging, ce lo dirà forse quel qualcuno fra venti anni. Intanto, torno nell’alveo del mondo sportivo e mi concedo un confronto.

La settimana dell’entrata in vigore del Dpcm del 22 marzo c’è stato un avvenimento che era nell’aria già da un po’: il CIO ha gettato la spugna e annunciato che Tokyo 2020 si terrà nel 2021. Se il governo italiano ci ha messo un mese prima di stilare una lista di aziende che era necessario tenere aperte anche in tempo di #Coronavirus, è essenzialmente per questioni economiche. E, come già visto, non si può certo affermare che nella narrazione prevalente dei media gli industriali siano passati come persone che, pur di far rimanere aperte le proprie aziende, mette in pericolo la salute di operai o impiegati.
Allo stesso modo, se il governo dello sport mondiale si è preso del tempo prima di decidere il posticipo di Tokyo 2020, è anche in questo caso questione di soldi: sponsorizzazioni, investimenti, merchandising, dietro il mega evento olimpico c’è un volume d’affari che probabilmente farebbe impallidire le leggi di bilancio di molti stati europei. Che l’annuncio sia arrivato troppo tardi, è vero, per quanto mi riguarda, almeno in merito a due questioni: si potevano evitare la cerimonia di accensione della fiaccola a Olimpia il 12 marzo in un’atmosfera surreale e l’avvio, a Londra, del torneo preolimpico di boxe dell’AIBA, poi bloccato il 16 marzo, con il risultato che quattro atleti e due allenatori sono poi risultati positivi al Coronavirus.
Un articolo apparso sul sito di Repubblica il 24 marzo, proprio il giorno in cui il rinvio di Tokyo 2020 è diventato ufficiale, va, però, oltre. Nel pezzo si parla, infatti, di «gesto non spontaneo» da parte del Comitato Olimpico, di «reazione non immediata […] a un problema mondiale». Scorrendo un po’ si arriva a una frase dirimente: «Lo sport quando diventa puro ed esclusivo business non reagisce immediatamente con buon senso ed umanità ma da enorme e potentissima lobby di potere che prima di tutto guarda ai soldi, e solo dopo al resto»[2].
Evidentemente, per Bach e i membri del CIO non c’è la stessa indulgenza che si ha per chi magari produce passeggini e, nonostante il blocco, apre la sua fabbrica per vendere su Amazon[3].

federico

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[1] Non risulta disponibile sul sito, quindi niente link
[2] Sarà deformazione professionale, ma quando ci sono affermazioni generiche non contestualizzate in merito a un momento in cui lo sport non era “esclusivo business”, temo sempre di avere a che fare con nostalgici vagheggiamenti di un’età dell’oro che magari coincide con il periodo in cui de Coubertin impediva deliberatamente alle donne di partecipare ai Giochi. Ad ogni modo, le Olimpiadi erano tutt’altro che perfette anche prima dell’ottobre 1985, quando l’accordo tra il CIO e l’agenzia di marketing ISL, International Sport and Leisure segnò la virata definitiva verso la commercializzazione del brand legato all’evento a Cinque Cerchi 
[3] Ci riferiamo a un servizio andato in onda in quel telegiornale già citato che, però, non risulta disponibile