-Hai visto Italia-Argentina del ’78 ieri sera?
-No. Anche stavolta è finita 1-0 per noi?

Se guardiamo agli sport professionistici, i tempi del lockdown sembrano ormai lontani. Certo, il problema del calciatore o del presidente del club risultato positivo o la discussione su come e quando far rientrare il pubblico agli eventi sportivi mostrano, caso mai ce ne fosse bisogno, che la “normalità pre-Covid” è ancora lontana. Tuttavia, siamo ritornati a poter guardare il Tour de France, gli US Open e la Premier League da casa. Anzi, proprio l’Inghilterra mostra come questa situazione di assenza di persone allo stadio porti a una maggiore esposizione televisiva: tutte le sfide di campionato, che nel corso del settembre 2020 andranno in scena in perfetto stile spezzatino e senza sovrapporsi, verranno mandate in onda su uno dei quattro canali che si sono spartiti i diritti TV e un match lo farà vedere anche la BBC in chiaro, come già accaduto nelle ultime giornate dell’annata 2019/20. E la sensazione che si tornerà indietro, forse, solo quando gli stadi riapriranno al 100%.

Proprio questo ritorno alla normalità televisiva, mi spinge a riprendere in mano l’analisi della narrazione dello sport ai tempi del #Coronavirus e concludere un capitolo dell’analisi che avevo lasciato in sospeso, quello relativo alla memoria dello sport. Non so quanti di voi si riconosceranno in questa descrizione, ma di serate passate a vedere Italia-Argentina del 1978 o a gustare nuovamente la finale degli Europei maschili di pallavolo del 1989 io ne ricordo un bel po’. Del resto, in un momento in cui tutto è fermo, rivolgersi al passato è una delle possibilità che hanno i canali tematici per riempire i propri palinsesti, ma nel corso del lockdown la necessità del recupero è diventata quasi strutturale, per una serie di ragioni: perché chi è forzato a starsene in casa, passa più ore davanti a uno schermo e, quindi, potrebbe provare piacere a rivivere emozioni legate a eventi sportivi di tanti anni fa; perché il passato funge comunque e sempre da comfort zone se il presente presenta scenari apocalittici; perché la narrazione nostalgica del presente sportivo ammalato in contrasto con il passato migliore, sia per risultati -vedi calcio- che per supposte maggiori statura morale e capacità tecniche dei singoli, si è definitivamente radicata; perché con i social la dimensione del personale si è fatta molto più preponderante all’interno di qualsiasi narrazione; perché, mai come prima, il lockdown ha partorito una serie di narrazioni negative dell’attività fisica, del calcio giocato e,in genere, del mondo dello sport professionistico.

In una tale congiuntura il servizio pubblico, con il suo archivio sconfinato e la possibilità di coprire sessanta anni di dirette TV, ha svelato la sua natura di custode di una memoria di stampo, per così dire, nazional popolare e, come tale, deformata per l’assenza dell’anlisi delle connessioni tra lo sport il resto della società e spesso, anche di un racconto globale. Così, una persona completamente a digiuno di sport che avesse iniziato a interessarsene attraverso Raisport nel periodo del lockdown, avrebbe concluso che l’Italia e gli italiani sono pressocché imbattibili in tale campo. Non le italiane, perché non c’è altrettanto spazio per i loro successi.
Andiamo, però, con ordine e analizziamo più approfonditamente l’impostazione generale e i ricordi scelti. Dal mese di marzo 2020 e fino al momento in cui le gare live torneranno a farla da padrone, Raisport propone con molta continuità eventi passati corredati dalle telecronache originali. Una cosa molto apprezzabile dal punto di vista storico, anche solo per valutare di persona come lo stesso modo di giocare o di narrare gli eventi sia mutato nel corso dei decenni. Il canale tematico dà poi fondo a quanto prodotto negli ultimi dieci e più anni, ripescando di puntate di vari format quali Memory, Dedicato a, Ti ricordo ancora. Già le stesse denominazioni fanno capire quanto sia preponderante l’impronta memorialistica più che quella storiografica nell’intero approccio alla materia. C’è, però, una differenza: quando si lasciano parlare solo i protagonisti e i documenti originali, senza apparenti interventi giornalistici (vedi Memory), il risultato è interessante; se, invece, il conduttore usa lo stesso tono omaggiante e tendente all’epico, si parli del Mantova degli anni Sessanta o di Francesco Moser (vedi Dedicato a), ne esce fuori un qualcosa a tratti stucchevole, incapace di dare a ciò che viene narrato una dimensione diacronica. Una scelta più che un limite, visto che, a parte rare eccezioni, anche negli altri programmi il contesto storico, sociale e politico di quanto viene narrato non è quasi mai seriamente preso in considerazione.

Gli sport più gettonati sono il calcio e il ciclismo. La maggior parte degli eventi vengono ripescati per i risvolti positivi per i colori azzurri. Ci riferiamo alle vittorie indimenticabili, dai Mondiali del 1982 a Italia-Germania quattratré, da Pantani al Giro del 1998 alla Cuneo-Pinerolo del 1949, e agli approfondimenti su Tardelli, Rossi e Boninsegna o sui tanti ciclisti italiani che hanno riportato successi tra gli anni Sessanta e gli Ottanta, compresi Battaglin, Bitossi o Zilioli. Quando si parla di calcio, c’è, però, anche posto per i momenti più bui della Nazionale, vedi la sconfitta del 1966 contro la Corea del Nord o il non trascinante Europeo del 1980, o per partite del Mondiale che non vedono l’Italia in campo. Nel ciclismo, seppur non con molta frequenza, fa capolino anche qualche campione straniero, tipo Hinault o il cannibale Merckx, al quale viene, però, quasi sempre affiancato l’amico-rivale Gimondi come alter ego.
Il calcio dei club, infine, ha tutto un suo spazio, con riproposizioni delle finali europee vinte da squadre italiane e trasmissioni dedicate alle grandi sorprese della Serie A: e così in TV, come nel web, gli scudetti anni Ottanta di Roma, Verona, Napoli valgono più di un qualsiasi successo ottenuto in patria dalla Juventus.
Al di fuori di pallone e bicicletta non moltissimo, con ricordi legati alle Olimpiadi, al Mondiale di Formula 1 del 1979 o a exploit singoli in discipline come basket e pallavolo. E qui diventa ancor più bassa la possibilità di non sentire alla fine l’inno di Mameli o vedere il tricolore sul podio. Sara Simeoni, a parte, è, ad esempio, legata alle vittorie europee delle azzurre della pallavolo una delle poche intrusioni nello sport femminile.

E qual è la cosa più interessante di tutto questo? Beh, visto che, in contemporanea, a partire dalla metà di marzo del 2020 persino le pubblicità di divani, supermercati e automobili hanno iniziato a far leva sull’orgoglio italico da ritrovare, sul fatto che siamo un paese forte che ripartirà più forte di prima e cose simili, tutta questa nazional-popolarità sportiva è risultata perfettamente integrata nella retorica generale. E pensare che molti programmi andati in onda erano stati registrati anni addietro.