Puoi fermare lo sport, non la sua capacità di produrre narrazioni

Adriano Trevisan, 78enne di Vo’, è stato il primo morto accertato italiano con coronavirus. Era il 22 febbraio, quarantotto ore dopo la scoperta del focolaio di Codogno e il ricovero di Mattia, il cosiddetto paziente 1. Più di centomila contagi fa, quando aveva senso, giornalisticamente parlando, dare un volto ai deceduti e ricostruire gli spostamenti degli ammalati, alla ricerca del nodo iniziale dell’albero dei contatti che stava facendo propagare il virus in Italia. Del signor Trevisan, ad esempio, si era detto che il momento in cui aveva contratto la malattia poteva esser stata la sera del 9 febbraio, al bar del paese, dove un numero imprecisato di persone si era riunito per vedere il derby Inter-Milan. La radiografia dei precedenti giorni di vita di Mattia mostrava, invece, la temerarietà nell’aver frequentato un amico proveniente dalla Cina, poi risultato totalmente estraneo alla diffusione dell’epidemia di Covid19, e la costanza nell’essersi prodotto in notevoli sforzi legati ad attività fisiche (si parlò di due mezze maratone e una partita di calcio) nonostante i primi sintomi febbrili.
Così, ben prima che fosse formulata l’ipotesi Atalanta-Valencia detonatore del contagio, prima ancora del balletto gioco-non gioco della Serie A -argomenti già affrontati-, l’aspetto dello sport come attività fisica, ricreativa e aggregante era entrato di prepotenza dentro la narrazione del contagio. E con un retrogusto decisamente negativo. Nulla certo in confronto alla discrepanza “mondo dorato che litiga per i soldi” versus “realtà che combatte contro malattia e problemi economici” che avrebbe successivamente invaso i media. Prometto che è l’ultima volta che dribblo il tema e che a breve affronterò anche questo argomento dal punto di vista che mi interessa, ovvero non cercando di dare giudizi sull’operato di enti internazionali, federazioni o società, ma confrontando questa narrazione pertinente al mondo dello sport (con o senza #Coronavirus, si badi bene) con altre relative ad altri campi emerse via via che l’emergenza ha trascinato un po’ tutti al limite dell’esaurimento nervoso. A proposito, quando uso l’hashtag davanti al terribile protagonista di questo 2020 è perché mi riferisco non alla particella infettiva, ma al suo portato sociale, alla sua inevitabile capacità di farci esprimere opinioni, più o meno fondate che siano.

Adesso, però, voglio tornare a parlare di stadi e palazzetti, di quei luoghi in cui lo sport è praticato e fruito, che in massima parte devono la loro esistenza a ragioni legate all’attività agonistica, ma che hanno anche vita propria in quanto spazi fisici presenti all’interno del tessuto urbano. Non a caso, quando Sportweek poco tempo fa dedicò uno special a San Siro, ha inserito tra le cose da ricordare anche alcuni concerti di artisti di fama internazionale ospitati dallo stadio milanese.
In un momento in cui la paura porta alla criminalizzazione ex post di qualsiasi assembramento di gente verificatosi per qualsivoglia ragione da gennaio a oggi, i luoghi dello sport sembrano esser diventati quasi agenti al servizio dell’epidemia e non più scatole vuote che senza pubblico non hanno una loro funzione, esatto contrario di quanto avverrebbe in tempi normali in cui la partita del lunedì alle 19 con poca gente sugli spalti è sinonimo della deriva impressa dal #calciomoderno (e scusatemi se anche qua ci metto l’hashtag). Anche il palazzetto di Pesaro, che dal 13 al 16 febbraio ha ospitato le final Eight della Coppa Italia di basket, risulta “indagato”. Eppure in finale è arrivata la New Basket Brindisi e la città pugliese non ha fatto registrare alte percentuali di contagio nonostante i suoi tifosi siano rimasti tre giorni in terra marchigiana.

Un po’ come accade dopo un sisma o un’alluvione, gli spazi dello sport, svuotati, possono, però, essere adibiti a funzione di supporto. Ad esempio, il palaindoor di Ancona, teatro l’8 e il 9 febbraio dei campionati italiani, è stato per molti giorni sul punto di essere trasformato in un ospedale da cento posti di terapia intensiva, perché le Marche del Nord sono uno dei posti d’Italia con più alta percentuale di contagiati. Poi non se n’è fatto più niente per il parere negativo del consulente Guido Bertolaso…
A Madrid, invece, il Palazzo del ghiaccio è usato già da qualche giorno come gigantesco obitorio, perché nella capitale spagnola la situazione sembra ancor peggiore che da noi.
E sarà per i morti accatastati in un luogo dedicato allo svago e al divertimento, sarà per la lingua in comune, fatto sta che l’immagine delle bare nel Palazzo del ghiaccio mi ha riportato alla mente il golpe di Pinochet in Cile e lo stadio di Santiago pieno di gente in attesa di essere torturata o uccisa.
A proposito di sport e della capacità di produrre narrazioni anche in assenza.

federico