Foto da UmbriaOn

Dopo una miracolosa salvezza centrata all’ultima giornata grazie all’exploit di Liverani, ultimo dei ben quattro allenatori succedutisi nel corso di una stagione alquanto burrascosa in serie B, il giovane presidente della Ternana Simone Longarini annuncia a maggio 2017 di «non poter proseguire nel dispendioso sostegno alla squadra». Suo padre Edoardo aveva acquisito la società nel 2005, dando inizio a una gestione familiare longeva quanto discontinua, tra alti e bassi, giocatori lasciati andar via a parametro zero o svenduti (Candreva, Jimenez, Kharja, Frick, giusto per fare i nomi più famosi), il 51% delle azioni sotto sequestro e un conseguente turbolento (per usare un eufemismo) rapporto con la città e la tifoseria. Dopo qualche voce sull’interessamento del presidente della Sampdoria Massimo Ferrero, si è capito che l’Università telematica Niccolò Cusano, per volontà del suo deus ex machina Stefano Bandecchi, sarebbe stata la candidata più probabile per l’acquisizione della squadra umbra.

Bandecchi, livornese e tifoso del Livorno, aveva provato a entrare nel mondo del calcio nella primavera del 2014 con la speranza di impadronirsi proprio della squadra della sua città, allora in B, scatenando l’ira di almeno una parte della tifoseria amaranto. Già, perché Bandecchi è un ex parà e un ex missino, entrato nelle fila di Forza Italia nel 2005 in occasione delle regionali del Lazio e poi fondatore del Movimento Unione Italiano, che avrebbe secondo lui «accomunato persone di sinistra e di destra unite da un afflato sociale»; una lista fasciopopulista simil-forconi, azzardiamo noi per riassumere, presentata a sostegno di Alemanno alle comunali di Roma nel 2013, con candidato sindaco Stefano Ranucci (fedele braccio destro del patron di Unicusano oltre che dirigente dell’ateneo). «Bandecchi attento… a Livorno fischia ancora il vento!!!», recitava uno striscione appeso allo stadio Picchi.
L’affare a Livorno è poi saltato, in realtà per motivi economici, non politici, e sono falliti anche i tentativi di acquisire Grosseto e Lucchese, così Bandecchi ha ripiegato sul Fondi, trasformandolo nell’ottobre 2014 in Unicusano Fondi. Apriti cielo: i sostenitori si sono mobilitati, non hanno accettato il cambio del nome di una società che risale al 1922, un gesto che «stupra la storia, la tradizione e la passione dei tifosi, degli ultras e di tutti i fondani», come affermato in una nota firmata dal nucleo storico della tifoseria. Nella cittadina laziale sono apparsi necrologi sulla scomparsa del Fondi Calcio, i gruppi organizzati hanno da subito annunciato che non avrebbero sostenuto in alcun modo la società. Ma nonostante l’ostilità di gran parte della tifoseria, il cambio del nome avviene senza particolari problemi burocratici e la squadra, arrivata 5° nel girone H della serie D 2015/16, approda alla Lega Pro, arriva 10° la stagione successiva, fallisce la prima fase dei play-off e viene ammessa alla “nuova” serie C.

Poi, come detto, Bandecchi fiuta l’occasione per un (forzato) “salto di categoria” e riesce ad acquisire la squadra umbra abbandonata da Longarini, assumendone la proprietà e affidandone la presidenza al fido Ranucci.
Arrivati sobriamente a Terni in elicottero, Bandecchi e Ranucci, dopo aver promesso la promozione in serie A nel giro di due stagioni, mettono subito le cose in chiaro: la squadra verrà di fatto smantellata, sia giocatori che staff tecnico, il nuovo allenatore sarà un altro loro uomo di fiducia, Sandro Pochesci, già al Fondi. In più la rosa dovrà essere tutta italiana[1], in una sorta di autarchia anacronistica che fa leva sulla retorica del «non si punta sui nostri giovani» e «in Italia ci sono troppi stranieri», coerentemente, se vogliamo, con le idee politiche della nuova proprietà. A tal proposito Bandecchi alla prima conferenza stampa puntualizza: «io sono politicamente di destra, ma questo non vuol dire che sono fascista come ho letto in giro».
Sia come sia, i nuovi dirigenti mettono soprattutto sul piatto un’altra conditio sine qua non: noi abbiamo i soldi, li investiremo, ma bisogna cambiare nome in Unicusano Ternana. In Serie B funziona diversamente rispetto alle categorie inferiori, ma senza aspettare che la cosa venga autorizzata dalla LNPB viene sfacciatamente presentato il nuovo stemma, che rappresenta una forzatura anche dal punto di vista grafico.

Siamo di nuovo al solito discorso. Bandecchi è uno di quegli imprenditori senza scrupoli di cui il mondo del calcio è pieno. Un po’ sui generis, questo sì, dato che quello che i giovani chiamano core business, nel suo caso, è un’università, il cui fine ultimo, almeno in teoria, non dovrebbe essere il profitto. Ma Letizia Moratti, che nel 2004 ha istituito le università telematiche, la pensava diversamente: Bandecchi ne ha approfittato e l’Unicusano ha iniziato a veder crescere il proprio fatturato, soprattutto a partire dal 2008 quando -causa crisi- c’è stato un crollo di iscrizioni agli atenei normali. Ma non è questa la sede per capire le logiche finanziarie dietro le università telematiche, per cui invitiamo alla lettura di questo articolo di Internazionale.
Il fatto è che, come nei casi che hanno visto protagonista la Red Bull, colpisce l’arroganza con la quale Bandecchi si approccia all’acquisizione di una squadra fondata nel 1925 appioppandole il nome della propria attività commerciale. Se fare da main sponsor non ti basta, si può provare a comprare lo stadio e cambiarne il nome, Squinzi con il Sassuolo docet. Sarebbe comunque una minore mancanza di rispetto verso i tifosi e verso la città, probabilmente.

I tifosi, già. Come reagiscono a Terni rispetto al cambio di denominazione? Apriti cielo? . Nel senso che l’hashtag #nonvogliocambiarenome, lanciato dal forum RossoVerdi.com, pur se ripreso dalla Curva Nord e supportato da vari blog quali Info Azionariato Popolare Calcio, Minuto Settantotto, Wanderers e altri, ha una diffusione relativamente esigua. Complici il terrore di dover sparire e/o ripartire dalle categorie amatoriali come accaduto nel 1993, il ricordo traumatico della gestione della famiglia Longarini e la volontà di restare in serie B? Molto probabile, ma di fatto la tifoseria di Terni non si oppone in nessun modo tangibile al cambio di nome, né tantomeno mette sul piatto motivazioni politiche contro la nuova proprietà, come invece accaduto in qualche modo a Livorno.

Proprio per questo ha fatto molto rumore la presa di posizione da parte della Curva Nord dei rivali perugini che, annunciando il fatto che non avrebbe presenziato al derby al Liberati, ha emesso un comunicato affrontando la questione del cambio nome. Ne riportiamo un estratto: «Con qualsiasi tifoseria avremmo avuto la stessa riluttanza ma, a maggior ragione, proprio verso i nostri più acerrimi rivali, pionieri almeno fino al decennio scorso di uno stile ultras ribelle e antagonista, manifestiamo il più completo sdegno e disappunto per aver lasciato che il nome della propria squadra divenisse uno sponsor, pur di restare nel calcio marcio che conta, senza impegnarsi minimamente affinché questo scempio non venisse compiuto. […] Questo derby ha definitivamente perso il suo fascino, quel poco che era rimasto se l’è comprato l’Unicusano.».
I toni non sono certamente gentili o “solidali” e anzi, hanno scatenato un vespaio di reazioni, come quella della Rocca Rossoverde che ha replicato ricordando come in epoca Gaucci al nome di Perugia venivano associati scandali giudiziari e il fatto che figlio di un dittatore sia stato fatto giocare per denaro. Dinamiche da curve e rispettive argomentazioni su cui non ci dilungheremo, ma comunque fa specie che la netta presa di posizione che sarebbe stata prevedibile da parte degli ultras della Ternana è arrivata, pur con motivazioni denigratorie, da quelli del Perugia.

Il cambio di nome, in ogni caso, è stato autorizzato dalla Lega in data 14 settembre 2017, anche se “Unicusano” è stato collocato dopo “Ternana”, per cui nella classifica della Serie B appare questa insensata Ternana U. che sembra sempre un refusoù (avete presente la u accentata sempre troppo vicina al tasto invio? Ecco).
Ma, al di là di tutto, quanto può essere pericoloso questo precedente? Noi temiamo molto. Perché se è pleonastico e inutile affermare che il calcio sia un manifesto dell’arroganza turbocapitalistica (e lo è da decenni, checché ne pensino i “nostalmagici”), almeno in Italia sembrava che, quantomeno nelle categorie maggiori, queste dinamiche di cambi nome si fossero ormai estinte dopo esperimenti quali Lanerossi Vicenza, Foggia Incedit, Simmenthal Monza eccetera, andati in scena -tra l’altro- in tempi in cui le sponsorizzazioni quasi non esistevano.
Il timore, forse un po’ paranoico ed eccessivamente romantico, è che, come affermato nel caso della Red Bull, si vada verso un calcio fatto di franchigie e non più di squadre, con gente che da un giorno a un altro si potrebbe ritrovare a supportare una società che si chiama come un’azienda, con nuovi stemmi e nuovi colori sociali. Non è il caso della Ternana, almeno in parte, e non stiamo qui a giudicare il comportamento dei suoi tifosi rispetto all’avvento di Bandecchi e dell’Unicusano, ché le situazioni sono sempre complesse e qui ci sono di mezzo, come detto, legittimi traumi da gestioni disastrose e comprensibili volontà di restare in serie B.

Quel che, però, ancor di più ci preoccupa, ben più della difesa delle tradizioni che è un concetto troppo aleatorio (nonché a volte pericoloso e anacronistico), è che nonostante i “passi indietro” su tessera del tifoso e amenità simili, qui ci sembra che in generale, dall’alto (istituzioni, società sportive, sponsor, televisioni), si stia pericolosamente esagerando a livello di libertà che si possono prendere verso le tifoserie. Alzando gradualmente l’asticella, un po’ come è stato fatto introducendo la “flessibilità” lavorativa (leggasi precariato), e puntando quindi sull’inevitabilità della cosa: a me serve il lavoro come serve la partita nel fine settimana, quindi man mano sono disposto ad accettare condizioni sempre più deprimenti, pur di avere un impiego anche se sottopagato e/o pur di avere il mio svago del week end. Ché già abbiamo visto come negli stadi si sperimentino dinamiche securitarie poi esportate altrove, vedi DASPO urbano, il capolavoro di Minniti.
Vediamo fin dove si potranno spingere.

daniele

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[1] Unica eccezione il giovane slovacco Martin Valjent, salvato perché dopo quattro anni in rossoverde «ormai è un po’ ternano» (sic), ma che in realtà resterà in prestito poiché svenduto al Chievo di lì a poco.

 

 

Ringraziamo per la consulenza sui fatti di Livorno Alessandro di minuto settantotto, blog che aveva già trattato il cambio nome della Ternana in questo articolo.

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