British Tales: 13° puntata

Il tabellino dei marcatori di Italia-Azerbaigian, partita giocata a Palermo nell’ottobre 2014 e valida per le qualificazioni agli Europei, ha un che di sinistro: contiene solo il nome di Giorgio Chiellini nonostante il match sia finito 2-1 per gli azzurri. Quella sera, in effetti, il centrale in forza alla Juventus fa, disfa e, infine, ricostruisce la vittoria degli azzurri prima incornando l’1-0 su corner di Pirlo, quindi deviando nella propria porta un pallone spiovente, nel maldestro tentativo di anticipare l’attaccante azero Əliyev, e poi mettendo in rete, nuovamente di testa, un cross di Giovinco.
In realtà, per impattare fortemente sull’esito di un incontro non è che sia necessario monopolizzarne il tabellino, Se ci pensate due tra le più importanti partite della storia della Nazionale italiana hanno vissuto sul protagonismo, prima nel male e poi nel bene, di uno degli azzurri: Rivera in Italia-Germania 4-3, Materazzi nella finale dei Mondiali del 2006.
Il Golden Boy al minuto 110 è sulla linea e non riesce a intercettare il non irresistibile colpo di testa di Gerd Müller, un minuto dopo è nell’aria avversaria a raccogliere il cross di Riva e a segnare l’ultimo dei sette gol dello storico match dell’Azteca. A Berlino trentasei anni dopo il difensore dell’Inter fa ancor di più e, dopo aver provocato il rigore del vantaggio francese, segna di testa il pareggio, fa espellere l’avversario più temuto nei supplementari e realizza uno dei cinque rigori che danno all’Italia il quarto Mondiale. Unica pecca, non è quello decisivo.
C’è, però, qualcosa che stona negli esempi fin qui citati: i vari Chiellini, Rivera e Materazzi hanno vinto. E questo non va bene perché vuol dire che alla propria squadra hanno dato più di quanto abbiano dato agli avversari. A noi, invece, serve qualcuno che possa raccontare di aver dominato come una sorta di divinità onnipotente ma illuminata, che possa dire di aver distribuito in egual misura alle due squadre in campo e, viste queste premesse, il pareggio, magari con tanti gol, è l’unico risultato accettabile. Ci serve, insomma, una di quelle incredibili serie di coincidenze che forse solo un match della massima serie inglese è in grado di dare.

16 settembre 2013, il Liverpool per il Monday night gioca in casa dello Swansea. Per Jonjo Shelvey, classe ’92 e già una presenza in Nazionale maggiore, non è un match qualsiasi. I reds lo hanno comprato nel luglio 2010 dal Charlton, lo hanno fatto esordire in Premier League, lo hanno girato in prestito al Blackpool, se lo sono ripreso per fargli giocare un po’ di match e poi nel mercato estivo appena concluso lo hanno venduto allo Swansea. La determinazione con cui scende in campo è chiara già al minuto 2 quando si produce in un’azione personale, dribbla Sakho, resiste al tackle di Škrtel e di sinistro a girare mette dentro l’1-0. Poi a mano alzata chiede scusa ai tifosi del Liverpool. E due minuti dopo passa direttamente la palla a Sturridge, smarcandolo davanti al proprio portiere Vorm. Il suo ex compagno di squadra non si fa pregare e fa 1-1.
L’adrenalina ha fatto un brutto scherzo a Jonjo, il piede destro gliene fa un altro poco dopo lo scoccare del minuto 36. Il calvo giocatore dello Swansea è nel cerchio di centrocampo e una sua ciabattata serve Victor Moses. Il nigeriano, appena arrivato in maglia reds, si produce in una corsa sulla fascia sinistra, converge e con un rasoterra da fuori area fa 1-2.
Ma al minuto 63 e spiccioli -da notare anche la simmetria- tutto si riequilibra. Lancio millimetrico di Britton, Shelvey di testa, in corsa, gira con grande maestria verso la sua sinistra, dove lo smarcato Michu fa 2-2.

Quattro reti e in tutte c’è lo zampino del giovane inglese che chiude così con un gran gol e tre assist, di cui due per la sua ex squadra. Un dominio incontrastato, una volontà di non fare torto né alla sua nuova società, né alla vecchia che, però, la statistica tratta in modo inclemente: sul tabellino di Swansea-Liverpool, infatti, il nome di Shelvey compare una volta sola.
Così, se vogliamo chiudere con un’impresa di pari difficoltà che, però, anche i dati possano in eterno certificare, è necessario fare un passo indietro di una quarantina d’anni e andare al 20 marzo 1976. A Filbert Street quel giorno si affrontarono Leicester City e Aston Villa in un match valido per la 35° giornata della First Division. Il difensore dei Villans Chris Nicholl, che già una settimana prima aveva messo a segno un’autorete nella rotonda sconfitta per 5-2 subita dai suoi sul campo del Tottenham, portò in vantaggio gli avversari. Poi siglò la rete del pareggio. Non contento, nella ripresa si ripeté con lo stesso ordine. Il match finì 2-2 e sul tabellino, incredibilmente, compariva un solo nome. Immagini e articoli dei giornali del tempo, purtroppo, non siamo riusciti a trovarne e allora ci si deve accontentare di qualche amarcord scovato sul web. Nicholl racconta che il suo secondo autogol, realizzato di testa in tuffo, fu la più bella rete della sua carriera, ma è solo una boutade: la stagione successiva il difensore avrebbe segnato una rete bellissima, nella porta giusta nella secondo replay della finale della Coppa di Lega contro l’Everton.[1]
Nicholls aggiunge che, secondo l’uso britannico, quel giorno avrebbe voluto portarsi a casa il pallone del match, forte delle quattro reti realizzate, ma l’arbitro glielo negò e lo tenne per sé perché era alla sua ultima direzione in carriera. Siparietto finale degno di una partita così fuori dal comune.

federico

—————————————————————-
[1] La finale di Coppa di Lega 1976/77 è la più lunga della storia del calcio inglese. Il 12/3/1977 a Wembley finisce 0-0, quattro giorni dopo si replica ed è 1-1 al 90′ e dopo i tempi supplementari. Per la terza volta Everton e Aston Villa si trovano di fronte a Old Trafford il 13 aprile. Nicholls, quel giorno capitano, segna il gol del 2-1 all’80’, ma i toffies pareggiano con Lyons un minuto dopo. Ancora supplementari e rete decisiva di Little al 118′.

Comments

comments