Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. 8° puntata: Una rimonta non riuscita

L’ha ripetuto tante volte Carletto Mazzone, quella eliminazione dai quarti della Coppa UEFA 1995/96 rappresenta il momento più amaro della sua lunga, lunghissima carriera. C’entra di sicuro la frustrazione del tecnico che non è riuscito a riparare ai danni commessi all’andata o la tristezza del romano de Roma che vede in un attimo l’Olimpico ammutolirsi o ancora la maturità di chi ne ha viste tante e capisce che quella sera si è chiusa la sua avventura sulla panchina giallorossa.
Siamo tuttavia convinti che, anche senza questi fattori aggiuntivi, l’amarezza del Sor Carletto sarebbe stata enorme. Del resto, se vincere in rimonta è l’emozione più bella che un evento sportivo possa regalare, perdere una qualificazione davanti ai propri tifosi, dopo che con un gran rimonta si era riusciti a rimettere tutto a posto, è davvero la cosa peggiore.

La storia di questo “dramma” sportivo comincia  il 5 marzo 1996. Il campo dello Slavia Praga è ghiacciato e la Roma si presenta con la concentrazione e gli scarpini sbagliati. Di fronte i giallorossi non hanno il Bayern Monaco o il Barcellona, pericolosi avversari che l’urna avrebbe potuto riservare loro, ma una squadra fatta di giovani talenti in odore di nazionale, come Šmicer, Bejbl e Poborský, e di giocatori un po’ più esperti come il portiere Stejskal e il centrale Suchoparek. Della forza della Repubblica Ceca l’Italia di Sacchi si renderà conto di lì a qualche mese agli Europei, della vivacità dello Slavia si rende subito conto la Roma, che va sotto per una punizione a giro della stellina Poborský su cui Cervone è disattento. Una traversa nega a Balbo il pareggio sul finire del tempo, ma chi si attende una bella ripresa da parte dei giallorossi rimane deluso. Anzi, Cervone va di nuovo a farfalle su un cross da destra di Lerch e Robert Vágner mette dentro, poi Šmicer si divora il terzo gol. Risultato finale dice, quindi, Slavia 2 Roma 0.

Il 19 marzo per la sfida di ritorno l’Olimpico è, comunque, gremito. C’è un precedente che fa sperare: nella semifinale della Coppa Campioni 1983/84, i giallorossi riuscirono a ribaltare in casa il 2-0 subito dal Dundee United in Scozia. Mazzone mette in campo una squadra iper-offensiva con Giannini, Totti, Moriero, Fonseca e Balbo tutti insieme dal primo minuto, troppi tanto che l’uruguaiano ex Cagliari non rientra nella ripresa. Lo Slavia ha il solo Šmicer davanti, ma lui e Poborský dimostrano che i cechi anche senza il terreno ghiacciato sanno rendersi pericolosi. Tocca a Cervone, un altro che ha molto da farsi perdonare, a tener ancor viva la speranza di qualificazione in attesa che il match cambi. Cosa che avviene tra il 58′ e il 60′, quando il portiere romanista si oppone con bravura a Šmicer e, invece, Stejskal viene bucato da un tiro da fuori area di Moriero. L’Olimpico esplode perché i tifosi capiscono che adesso tutto è possibile. Lo Slavia, infatti, è stanco, arretra e prende gol. Giannini di testa su punizione di Amedeo Carboni segna all’82’ il 2-0 che vale l’aggancio, Moriero, lanciato alla grande da Totti, in diagonale sigla il 3-0 che vale la qualificazione al 9′ del primo tempo supplementare. Varrebbe… perché in realtà la Roma non affonda, ha sì un’occasione per il poker ma la spreca e così un rilancio alla cieca di Stejskal finisce dalle parti di Aldair che incespica, prende la palla Vavra e di destro batte Cervone con una traiettoria che ricorda il gol fatto da Moriero nella stessa porta un quarto d’ora prima.
Cala il sipario, la rimonta alla Roma non è riuscita. O se preferite, non tutte le rimonte escono col buco.

federico

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