Non sappiamo se il 1° ottobre 2017 segnerà l’inizio del processo di separazione tra Spagna e Catalogna, se questo processo lascerà vittime sul selciato o se tutto rientrerà nell’alveo della politica. Di una cosa, però, siamo certi: il terreno verde non rimarrà al di fuori di questo processo e non stiamo parlando del fatto che la Liga, se Real e Barça si separassero, avrebbe meno appeal… No, stiamo dicendo che più di quanto ci aspettassimo il mondo del calcio ha preso posizione ancor prima dello svolgimento dell’autoproclamato referendum sull’indipendenza della Catalogna e ancor prima della reazione del governo Rajoy che ha mandato la Guardia Civil a picchiare la gente nei seggi.

Infatti, già il 20 settembre, a dieci giorni circa dal voto, il Barcellona emette un comunicato ufficiale in cui si parla di libertà di espressione, di diritto di decidere e di condanna verso qualunque azione che lo possa impedire: da Madrid stanno arrivando segnali sempre più intransigenti, si è già usata la polizia per sequestrare documentazioni, anche se il referendum viene definito una farsa, e allora la società blaugrana prende le difese di quelle che presumibilmente sono le idee dei suoi tifosi, nonché soci. Manovra per non inimicarsi il proprio pubblico o identità catalana che viene affermata, nonostante il respiro ormai multinazionale del brand Barcellona?
Fatto sta che, col passare dei giorni, uno dei più rappresentativi giocatori del club, Piqué, esce allo scoperto e dichiara espressamente la sua volontà di recarsi alle urne per votare sì all’indipendenza. In mezzo a tutta questa tensione che sta crescendo c’è anche da pensare alla Liga. Lo spezzatino prevede per domenica 1° ottobre il Las Palmas ospite al Camp Nou con fischio di inizio alle ore 16:15. La squadra delle Canarie chiede alla Federazione di poter giocare con una piccola bandiera della Spagna e la data 01-10-2017 cucite sulla maglietta, sulla destra, all’altezza del petto; nel comunicato si legge: «Crediamo nell’unità della Spagna».
La Federazione, contravvenendo anche lei al dettame ipocrita -sbandierato spesso anche dalla FIFA- secondo cui sport e politica vanno tenuti separati, dà l’ok alla richiesta del Las Palmas la sera di sabato 30 e, giusto per far capire da che parte sta, il giorno dopo non ravvisa gli estremi per rimandare il match, come richiesto dal Barcellona, nonostante ci siano incidenti in varie parti della città.
I blaugrana, subodorato il rischio di perdere 0-3 a tavolino, decidono di giocare lo stesso, ma a porte chiuse e battono 3-0 i canarini, il tutto mentre mostri sacri come Carles Puyol, Pep Guardiola o Xavi fanno sapere che anche loro vogliono una Catalogna separata.
Intanto, la prima cosa che rischia di esser separata-in-casa è la Nazionale spagnola: Piqué, convocato per il match contro l’Albania, viene fischiato dal pubblico al primo allenamento il 2 ottobre e dubitiamo fortemente che venerdì 6 ottobre scenderà in campo…

Tanti rischiosi incontri tra tifosi di club che supportano istanze differenti e tante altre prese di posizione arriveranno di sicuro nei prossimi giorni e nei prossimi mesi. La chiosa la vogliamo, però, riservare a un’amara considerazione.
C’è in Europa un precedente, relativamente fresco, di conflitto in cui il mondo dello sport, in generale, e calcio e basket, in particolare, hanno fatto da detonatore e al tempo stesso da cassa di risonanza: quello che, al prezzo di migliaia di morti, portò allo smembramento della Jugoslavia a partire dal giugno 1991. Nel gennaio del 1992 la Spagna e tutta la Comunità Economica Europea si schierarono a favore dell’indipendenza di Slovenia e Croazia, anche perché l’apertura dei mercati fino a poco tempo prima bloccati dal socialismo reali era un must per le democrazie occidentali dell’epoca.
Oggi la stessa Spagna si trova a dover fare in casa i conti con delle forti derive indipendentiste e non è escluso che in futuro la stessa cosa non capiti altrove. E se da un lato, come scrive East Journal, «è doloroso assistere al requiem di un altro stato multinazionale, sopraffatto dalle bandiere e dalle rivendicazioni identitarie», dall’altro alla cara ex Comunità Europea, ci sarebbe quasi da chiedere «senza che gli altri ne sappiano niente, […] dimmi come ci si sente?»

federico

La citazione finale è tratta da Verranno a chiederti del nostro amore, F.De André

 

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