Eriksen ha portato in vantaggio i suoi con un esterno sinistro da fuori area al minuto 11. Gli Spurs giocano bene e, anche se non tirano molto in porta, il raddoppio sembra poter arrivare da un momento all’altro. Courtois ha comunque già fatto una bella parata su una bordata di Kane. Ma quando il tempo sta per scadere arriva il colpo di scena: Pedro, fino a quel momento nullo, prende palla al limite dell’area avversaria; Dier lo guarda e basta e così l’ex blaugrana si gira e con un fantastico destro a girare batte Lloris. La partita è cambiata in un attimo e a inizio ripresa Moses mette dentro da pochi passi la palla del 2-1 dopo una grande azione di Diego Costa. È il 26 novembre 2016, il Chelsea mette in cascina la settima vittoria consecutiva, arriverà a tredici.
A White Art Lane, però, non si arrendono. La squadra di Pochettino ben presto diventa l’unica antagonista del Chelsea, visto il solito altalenante rendimento di Arsenal e Liverpool e il deludente campionato delle due di Manchester, nonostante i consueti fantastilioni investiti nella campagna acquisti. Così, con ancora cinque partite da giocare, il Tottenham è a quota 74, ha già fatto più punti della scorsa stagione. Il Chelsea è quattro punti più su, a 78, e l’ultimo grande ostacolo è la trasferta sul campo dell’Everton, che Koeman sta guidando a un buon ottavo posto. Sessanta minuti di partita contratta e poi ancora lui, Pedro, fino a quel momento poco in partita, tira fuori dal cilindro un sinistro da fuori area che termina nell’angolino alto alla destra di Stekelenburg. Finirà 0-3.

Fermi. Non vogliamo certo convincervi che sia stato l’ex blaugrana il giocatore “più” del Chelsea quest’anno, ma se fossimo partiti raccontando dei gol di Diego Costa o dell’apporto dato da Hazard, qualcuno avrebbe potuto osservare che in fondo nel 2015, quando a vincere fu Mourinho sulla panchina dei blues, le cose erano andate allo stesso modo. Invece no. Abbiamo raccontato di un Pedro che in un due partite decisive a un tratto si accende e inventa la giocata decisiva per far capire come Antonio Conte ha messo su questa squadra, alla sua solita maniera: dopo un inizio incerto, virata decisa verso la difesa a tre, suo marchio di fabbrica; scelta della formazione tipo più adatta; fiducia data agli undici titolari e ai due-tre rimpiazzi che si tramuta in responsabilità assunta a turno da tutti. Così, David Luiz è tornato uno che deve prima badare a difendere e non sentirsi chissà chi, Azpilicueta è diventato un centrale di buon rendimento, Moses un esterno in grado di fare le due fasi e il già citato Pedro uno in grado di sbaragliare la concorrenza interna di Willian e risultare fondamentale in alcune occasioni. Il resto lo hanno fatto i nuovi arrivati Alonso e Kanté, che hanno confermato le attese, e i “vecchi” Cahill, Matić, Diego Costa e Hazard. Un plauso anche per Fabregas che, sacrificatissimo dal tipo di gioco scelto da Conte, ha comunque messo la sua classe a disposizione della squadra in ogni pezzo di partita disputato.

Conte, alla sua prima stagione in Premier, ha addirittura la possibilità del double, vista la finale di FA Cup raggiunta dopo aver sconfitto Manchester United ai quarti e Tottenham in semifinale. Ma più che capire se il Chelsea impedirà all’Arsenal la conquista della terza Coppa d’Inghilterra in quattro anni, preferiamo proiettarci già alla prossima stagione. Ci auguriamo che Conte rimanga a Stamford Bridge perché vogliamo capire se il tecnico italiano ha nel frattempo raggiunto la giusta maturità per poter affrontare nella stessa stagione e con la stessa mentalità campionato e Champions League. Perché questa è stata la sua unica pecca nei tre anni alla guida della Juventus e perché Massimiliano Allegri, sulla panchina bianconera, ci è invece riuscito. Da questo punto di vista un eventuale approdo di Conte all’Inter lo leggeremmo come una volontà di allontanare nuovamente questo importante banco di prova.

federico

 

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