“Marcheggiani tu sei uno asassino. Marlon è stato morto”. L’incerto italiano dello striscione esposto dai tifosi del Boavista produce una suggestiva distorsione della realtà, perché l’attaccante del club portoghese Marlon Brandão non è morto, né è stato ucciso. Morto, però, lo è stato per alcuni interminabili secondi, quelli passati tra il momento in cui il suo volto ha impattato violentemente contro il pugno del portiere del Torino Luca Marchegiani, proteso in uscita, e l’istante in cui il medico dei granata lo ha rianimato con un massaggio cardiaco. L’incidente è accaduto due settimane prima, al Delle Alpi, nel corso della partita di andata dei 16mi di finale della Coppa UEFA 1991/92; l’arbitro dell’incontro, l’inglese Hackett, vedendo Marchegiani colpire il pallone non ha neanche fischiato fallo e nessuno del Boavista ha protestato. E poi l’estremo difensore del Toro, a partita terminata, si è subito recato all’ospedale delle Molinette a sincerarsi personalmente delle condizioni di Marlon.
Tuttavia, il disappunto dei tifosi portoghesi è comprensibile, così come il ricorso all’epiteto “assassino” nei confronti dell’involontario momentaneo uccisore di Marlon. Perché “entrata assassina” è una locuzione che fa parte del gergo calcistico; perché l’attaccante dei bianconeri non può giocare il match di ritorno, mentre Machegiani sì (e il Boavista deve recuperare dal 2-0 subito a Torino); perché ogni volta che si è di fronte a un intervento coerente con la dinamica dell’azione, ma non giustificabile quanto a durezza, c’è la tentazione di tirar fuori il Codice Penale e non lasciare solo alle autorità sportive eventuali decisioni in merito.
A trentacinque anni e pochi giorni da quel 24 ottobre 1991, in cui al Delle Alpi rischiò di morire il calciatore con nome d’attore che aveva contribuito a eliminare l’Inter nel turno precedente, un altro scontro di gioco tra portiere e attaccante ha prodotto il peggior esito possibile. Tenerife e Andorra si stanno affrontando per la dodicesima giornata della Segunda Division spagnola. Il tabellino racconta di un doppio vantaggio dei padroni di casa dilapidato tra l’83’ e l’88’, cinque minuti in cui le due squadre hanno avuto anche il tempo di rimanere in dieci per l’espulsione dell’autore del 2-1 andorrano, immediatamente dopo la realizzazione della rete, e per un doppio giallo in pochi secondi al portiere del Tenerife. Il riepilogo schematico dell’incontro poi riporta l’espulsione dell’estremo difensore ospite, Jesus Owono, al settimo minuto di recupero, specificando che la partita è stata poi sospesa. I video che circolano sui social raccontano il resto: con gli schemi ormai saltati e con la sua squadra tutta in avanti perché sta provando ad agguantare una vittoria impossibile fino a pochi minuti prima, Owono blocca all’altezza del cerchio di centrocampo una pericolosa ripartenza del club delle Canarie, saltando a ginocchio sporgente sul povero Jesus de Miguel Alameda, attaccante, in campo dal 59′, colpito in pieno petto dalla rotula del suo avversario, anche perché sta correndo guardando la palla. Alameda cade esanime a terra in arresto cardiaco, viene massaggiato e dopo cinque minuti portato via in barella. Nella notte le condizioni peggiorano e la mattina del 3 novembre 2026 il Tenerife comunica l’agghiacciante notizia della sua morte.
Il mondo del calcio è una comunità immaginata, nel senso che dà al termine Benedict Anderson. Per questo, tifosi e appassionati di football e tutti coloro che a vario titolo vi lavorano (giocatori, dirigenti, giornalisti, ecc.) si sono sentiti profondamente scossi da questa tragedia -me compreso-, anche se fino a un istante prima non sapevano neanche che il piccolo principato di Andorra avesse una squadra nella Serie B spagnola.
Razionalmente non si può ignorare che faccia parte del rischio, tipico degli sport di contatto, che uno scontro di gioco tra portiere e avversario abbia esiti seri, se non addirittura tragici. Nella Segunda División iberica era già successo, nel dicembre del 1986, in un Celta Vigo-Malaga: quella volta la peggio la ebbe il portiere ospite, Antonio Gallardo, che morì una settimana dopo lo scontro con l’attaccante Baltazar dei padroni di casa. Inoltre, è indizio di una minor occorrenza nel calcio attuale il fatto che la tragedia di Vigo, l’incidente occorso a Marlon, così come gli scontri, per fortuna non letali, tra Malizia e Antognoni in un Fiorentina-Genoa del 1981 o tra Toni Schumacher e Battiston nella semifinale Germania Ovest-Francia del Mondiale del 1982, siano tutti confinati temporalmente tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta del secolo scorso. Siamo noi stessi, membri della suddetta comunità immaginata, a ricordare che il calcio in quel periodo era molto meno veloce e, proprio per quello, permetteva interventi molto più duri, classificati come di gioco. Basta pensare che, al pari di quella di Marchegiani, anche le uscite Schumacher e Malizia non furono neanche sanzionate con un fallo! Owono è stato, invece, espulso, prima ancora che fosse chiara la dimensione della tragedia causata.
Eppure, vedendo le immagini, si ha la tentazione istintiva di fare come i tifosi del Boavista e di dire che Alameda “è stato morto” nel senso che “è stato ucciso” e che il portiere della Guinea Equatoriale in forza all’Andorra sia un assassino. Se non altro perché è una espressione gergale o perché la considerazione “poteva evitare di saltare a ginocchio alto” è facile da fare.
Il problema è che i tempi sono cambiati, dal 1991 a oggi. Se, infatti, all’epoca il portiere granata dovette solo sopportare per la durata del match i lanci di oggetti vari dalla curva del Boavista, per quanto fatto a Marlon due settimane prima (e, comunque, Marchegiani non fece una piega e fu il migliore in campo, permettendo al Torino in dieci di resistere e di passare il turno), Jesus Owono ha dovuto chiudere immediatamente i suoi account social perché subissato di insulti, molti dei quali di carattere razzista, come se la colpa/l’origine di tutto fosse il suo essere nato in Guinea Equatoriale. Tra l’altro, ex colonia spagnola da cui il portiere dell’Andorra è partito in direzione “madrepatria” all’età di otto anni.
E, tutto sommato, anche la notizia riportata dalla Gazzetta che, per la prima volta in Spagna c’è «l’istruzione di un procedimento a carico di uno sportivo di massimo livello in seguito a uno scontro in uno sport di contatto come è il calcio» fa riflettere. Si può considerare un atto dovuto, ma, come la stessa rosea nota, è ben difficile che si ravvisi «una sproporzionalità agonistica nell’azione del portiere, prendendo in considerazione non solo la temerarietà dell’azione ma addirittura un’intenzione di danneggiare l’avversario». La Spagna, però, è in piena campagna elettorale, si vota a fine novembre e l’immigrazione è uno dei grimaldelli con cui la destra conta di prendersi la maggioranza (vedi la crisi di Ceuta a fine luglio). Legittimo, quindi, il dubbio che la Polizia Nazionale abbia deciso di avviare un tale procedimento anche perché l’indiziato non è spagnolo, è nato in Africa ed è di colore: del resto, la pancia del Paese lo ha già condannato.
Ma dei giudici hanno mai dichiarato colpevole qualche giocatore per danni procurati a un avversario nel corso di una partita? Sì, magari per scontri avvenuti a gioco fermo o a palla lontana. Il ricordo che, però, mi affiora alla mente e che è molto più affine al discorso fatto fin qui riguarda l’hockey su ghiaccio. 14 gennaio 1992, match di Serie B tra CourmAosta e Gardena; Giacinto Boni, capitano della squadra di casa, per evitare l’intervento del 19enne Miran Schrott, in forza al Gardena, lo colpisce con la stecca nella parte alta del petto, vicino al cuore. Schrott ha un arresto cardiaco, viene soccorso, ma al palazzetto di Courmayeur non c’è un defibrillatore; portato all’ospedale, muore nella notte. Le immagini che i telegiornali trasmettono il giorno dopo fanno vedere come Boni abbia reagito in maniera sproporzionatamente cattiva a una carica regolare dell’avversario. Però, da omicidio preterintenzionale, l’accusa passerà nel corso del processo a omicidio colposo, perché i giudici ritengono che il fallo è stato fatto nel corso di una normale azione di gioco, e così Boni se la caverà pagando una multa corrispondente a tre mesi di reclusione. E tornando presto a giocare.

