«Non possiamo fingere che non stia succedendo nulla». Il 24 marzo prossimo la Polonia non giocherà né a Mosca, né in campo neutro il play-off contro la Russia, valido come qualificazione al Mondiale 2022, e Robert Lewandowski, che dei biancorossi è il giocatore più rappresentativo, affida a un tweet il suo messaggio di sostegno alla decisione della federcalcio polacca. È solo una delle tante prese di posizione nei confronti dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin che stanno caratterizzando il mondo dello sport, in generale, e del calcio, in particolare. La UEFA ha già deciso di spostare la finale di Champions League da San Pietroburgo a Parigi, ma la questione, che Polonia e, di riflesso, Svezia e Repubblica Ceca [1] hanno posto sul piatto della FIFA, è più complessa e potrebbe portare, alla decisione di escludere la rappresentativa russa dalla competizione. A neanche quattro anni di distanza da un Mondiale inaugurato a Mosca sotto gli occhi di Putin e del presidente della FIFA Infantino.

L’Europa del calcio ricorda bene un altro caso in cui l’accesso a una grande competizione fu fortemente influenzato da questioni belliche, se non altro perché il tutto portò alla storica impresa della Danimarca: ci riferiamo all’esclusione della Jugoslavia dalla fase finale di Euro ’92[2]. Perché, checché ne dicano il presidente della Repubblica Mattarella o il segretario della CGIL Landini, non sono settanta anni che non si vedeva la guerra nel Vecchio Continente. Anzi, nel 1999, a completamento di otto anni di conflitto jugoslavo e con il dichiarato obiettivo di far guadagnare al Kosovo l’indipendenza dalla Serbia, l’Italia ha anche partecipato attivamente alla coalizione NATO offrendo le basi militari per i caccia americani che di notte andavano a bombardare Belgrado al di là del mare Adriatico.
Ad ogni modo, il richiamo a quel processo che avrebbe portato alla dissoluzione della Jugoslavia, è funzionale per capire in che misura è da considerarsi una novità la centralità che in questi giorni il mondo dello sport sta avendo nel costituire un comune fronte simbolico di rifiuto e condanna per quanto fatto dalla Russia putiniana. Una centralità di cui -vivaddio- sembrano accorgersi anche molti di quei media da sempre preoccupati a parlare di necessità di scindere sport e politica.

1990-1991, Lo sport e il conflitto jugoslavo.
Partiamo da Jure Zdovc. Argento olimpico e campione del mondo in carica con la maglia della Jugoslavia, il cestista sloveno era impegnato a Roma al Campionato europeo quando il 25 giugno 1991 il parlamento della allora Repubblica Socialista di Slovenia approvò l’indipendenza dalla Federazione jugoslava e la nascita di fatto dell’attuale stato sloveno. Il governo centrale di Belgrado mobilitò l’esercito per riprendere il controllo dei territori autodichiaratisi indipendenti e, a partire dalla semifinale contro la Francia, Zdovc non scese più in campo. L’allenatore Ivković dichiarò:

Era in stato confusionale, non avrebbe comunque potuto giocare. È ininfluente sapere se è stato lui o io a prendere la decisione[3].

In contemporanea, anche la Croazia aveva proclamato la sua indipendenza dalla Federazione jugoslava. Nelle zone appartenenti allo stato secessionista, ma a forte concentrazione serba, cominciavano i primi scontri, anche perché, come si chiedeva Guido Rampoldi sulla Stampa, «se ai croati deve essere garantito un diritto unilaterale all’autodeterminazione, perché lo stesso diritto non è riconosciuto alla minoranza serba, l’11% della popolazione della Croazia?».
La scelta di Zdovc non fu seguita da Toni Kukoc e Dino Rađa, due grandi simboli della futura Nazionale croata di basket argento all’Olimpiade appena un anno dopo. Forse Dražen Petrović lo avrebbe fatto, ma a Roma, all’Europeo, non c’era. Sta di fatto che la sua volontà di celebrare il successo della Jugoslavia al Mondiale 1990 con la bandiera della Croazia in mano era stato all’origine del dissidio con il serbo Divac, almeno secondo il documentario Once Brothers. Che, comunque, lo sport avesse un ruolo centrale come palcoscenico per le rivendicazioni indipendentiste croate lo avevano già mostrato gli incidenti scoppiati a margine della partita di calcio tra Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado nel settembre 1990 o, meglio, la narrazione di primo atto di guerra tra croati e serbi che se ne era cominciato a fare. Del resto, Zvonimir Boban avrebbe assunto un importante ruolo di riferimento nel periodo in cui Tuđman avrebbe guidato la Croazia, Boban che quel pomeriggio al Maksimir era stato immortalato mentre tirava un calcio a un poliziotto federale.

Tornando all’attualità.
Tanti sono stati gli sportivi serbi, croati, sloveni, bosniaci che si sono sentiti coinvolti, direttamente o indirettamente, nel conflitto jugoslavo trenta anni fa. Da questo punto di vista, non possono sembrare una eccezione i messaggi che il giocatore del Benfica Yaremchuk o l’atalantino Malinovskyi hanno affidato alle magliette indossate sotto la divisa ufficiale in occasione degli impegni europei di qualche giorno fa contro Ajax e Olympiakos e mostrate dopo aver segnato. Né le le toccanti scene che sono arrivate il 26 febbraio da Liverpool, con Zinchenko e Mykolenko, l’uno del Manchester City, l’altro dell’Everton, ma entrambi nazionali ucraini, che si sono abbracciati prima dell’inizio del match valido per la Premier League. La vera sorpresa, restando a Goodison Park, è stato vedere uno stadio tappezzato dei colori della bandiera ucraina, applaudire i due giocatori e farli letteralmente scoppiare in lacrime per il carico di emozione comunicato. Così come è stato sorprendente il messaggio ‘STOP IT, PUTIN!’ comparso in sovraimpressione sul maxischermo e sugli spalti allo stadio di Francoforte nel minuto di silenzio prima dell’inizio del match contro il Bayern Monaco di Lewandowski. La volontà di schierarsi apertamente da parte di soggetti, teoricamente terzi rispetto alla crisi russo-ucraina, non è, infatti, cosa banale. Del resto, la UEFA, non più tardi di giovedì 24 febbraio, aveva fatto in modo che in eurovisione non andasse l’immagine dei giocatori di Napoli e Barcellona tutti dietro uno striscione contro la guerra.

Ci sono, poi, in questi giorni tante altre prese di posizione che appartengono a un livello più istituzionale e, per questo, ancor meno banale. Parliamo dei gesti di solidarietà anche in modalità proattiva che le federazioni nazionali di vari sport stanno tributando all’Ucraina sotto attacco: dagli azzurri del basket che dichiarano di voler affrontare l’Islanda con la bandiera bianco-blù sul viso (tra l’altro, la Russia è nello stesso girone di qualificazione per il Mondiale ed è attesa in Italia a luglio) alle varie delegazioni che se ne sono andate a metà del torneo di spada femminile di Sochi valido per la Coppa del Mondo; dagli organizzatori delle tappa estone di Otepää (Coppa del Mondo di biathlon, 10-13 marzo), che non vuole saperne di atleti e atlete russe e bielorusse, alla federazione norvegese di sci, che ha annunciato la stessa misura per le gare in programma su loro territorio.
Siamo di fronte a un processo che ormai si autoalimenta e non ha quasi più bisogno di sentire le notizie che provengono da Kiev: la cassa di risonanza fornita in automatico dai social sta compattando l’Europa sportiva e la sta spingendo a estromettere con sempre più decisione rappresentanti della Russia e, adesso, anche di suoi alleati come la Bielorussia.
Importante segnalare, infine, il coraggio di Ekaterina Gamova, ex stella della pallavolo russa, che ha scritto «Questa pagina vergognosa rimarrà per sempre nella storia del mio paese».

Nazionalismi e internazionalismo del capitale.
L’attuale allenatore del Bologna Siniša Mihajlović non ha mai rinnegato l’amicizia con Željko Ražnatović, la famigerata Tigre Arkan, capo ultras della Stella Rossa e responsabile di crimini contro l’umanità nel corso della fase del conflitto jugoslavo che interessò la Bosnia-Erzegovina. Nel gennaio 2019, in qualità di ospite della trasmissione TV Rabona, Mihajlović aveva parlato di responsabilità condivise e da dividere tra i due schieramenti, serbi e croati, e di come, invece, in Italia i giornali addossassero tutte le colpe ai serbi. Come aveva sospettato Rampoldi già il primo giorno di guerra balcanica nel giugno 1991, il nocciolo della questione sarebbe stato fino a che punto è lecito parlare di possibilità per una comunità di autodeterminarsi e autoproclamarsi indipendente? Questa possibilità fu concessa dalla comunità internazionale ad alcuni e non ad altri e, senza voler mettere in dubbio le ragioni di queste scelte, il risultato fu che in quelle guerre fratricide si affrontarono due nazionalismi, due visioni del mondo basate sulle, a parer loro, incolmabili differenze che c’erano tra l’essere serbo e l’essere croato.

Per capire quanto Putin basi il suo potere su una visione patriarcale della società e come condisca il tutto con nostalgie del tempo in cui l’URSS era una superpotenza, sono, invece, sufficienti il discorso fatto prima di far partire l’attacco all’Ucraina e il calendario 2019 che lo vede ritratto in tredici pose da vero maschio.
Il calcio, però, sa benissimo quanto sia impregnata di nazionalismo anche la costruzione della nuova Ucraina, quella nata nel 2014 dopo piazza Maidan, dopo l’allontanamento del presidente filo-russo Yanukovich, dopo l’annessione da parte russa della Crimea e  l’inizio del conflitto a “bassa intensità” nel Donbass, Basta ricordarsi con quale maglietta gli ucraini hanno in pratica giocato l’Europeo nel 2021: i loro confini con tanto di Crimea visibile in controluce e il discusso slogan «Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi!» sul colletto[4].
Spogliata delle sue conseguenze geopolitiche a livello globale e al di là delle colpe putiniane per la recente escalation, la crisi russo-ucraina dal 2014 a oggi non ci offre reali alternative ideologiche. Quanto sta accadendo in paesi dell’Europa Orientale come Ungheria, Repubblica Ceca o Polonia non sembra, poi, suggerire che l’adesione alla UE o alla NATO sia il primo passo per poi costruire uno Stato democratico che si preoccupi delle minoranze, che tratti l’immigrazione come un fenomeno globale e non come un fastidio, che abbia politiche avanzate nelle questioni di genere.

Di contro, l’unica visione “internazionalista” che in questi trenta anni si è davvero imposta è quella incarnata nel mondo sportivo da UEFA, FIFA, CIO et cetera. Un internazionalismo del capitale che ha l’obiettivo di conquistare sempre nuovi mercati alle multinazionali che investono nel mondo sportivo. E il peggio è che, mentre lo fa, ti racconta che andare in Qatar a giocare il Mondiale di calcio aiuterà la condizione femminile o che permettere alla Russia di fare l’Olimpiade invernale in riva al Mar Nero convincerà gli ex-sovietici ad abbracciare valori occidentali.
Un liberismo internazionalista il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti, ma che è già pronto a riciclarsi. E a sostituire Gazprom con qualcos’altro, come se nulla fosse.

 

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[1] Repubblica Ceca e Svezia sono le altre due Nazionali interessate a quella parte del tabellone degli spareggi che porta in Qatar. La FIFA il 27 febbraio delibera che la Russia scenderà in campo con il nome di Federazione russa di Football, senza bandiera e inno, un po’ come accaduto all’Olimpiade di Tokyo e di Pechino con il Comitato Olimpico Russo. Il giorno successivo il CIO va molto oltre e invita tutte le federazioni internazionali a escludere dalle competizioni in corso o in programma atleti e rappresentative sia russe che bielorusse. La FIFA e la UEFA si adeguano subito   
[2] Il 30 maggio 1992, a pochi giorni dall’inizio di Euro ’92, l’ONU approvò l’embargo nei confronti della Jugoslavia escludendola anche da tutte le manifestazioni internazionali. 
[3] Gazzetta dello Sport, 29/6/1991, pag. 17
[4] Specifica il Guardian sullo slogan: “They date from the first nationalist movements of the 19th century and the 1917-21 Ukrainian war of independence. It is true that they were adopted by the far-right Organisation of Ukrainian Nationalists, which committed atrocities against Jews and Poles in the second world war, but the phrases were also used in the Euromaidan protests against the Kremlin-backed presidency of Viktor Yanukovych in 2014“.
Nelle partite della fase finale di Euro 2021 gli ucraini sono scesi in campo con la scritta interna “
Gloria agli eroi” coperta da nastro adesivo.