Quando nel primo tempo è stato espulso Bastoni, ho pensato ai fiumi di parole che sarebbero stati spesi per esaltare la resistenza eroica della Nazionale che, in dieci, riusciva a portare lo stesso a casa la qualificazione mondiale. Una lunga linea rossa che partiva dal successo in rimonta sulla Nigeria del 1994, dopo il rosso a Zola, e, passando per la semifinale dell’Europeo vinta in dieci per 90′ ai rigori in casa dell’Olanda, arrivava a quel rigore conquistato da Grosso e trasformato da Totti nel 2006 nel recupero degli ottavi con l’Australia, dopo l’espulsione di Materazzi.
E, invece, no. Neanche quando non sottovalutiamo Irlanda del Nord e Bosnia-Erzegovina (almeno a parole) non riusciamo né a imporre un gioco, né a tenere un risultato. Perché stavolta, a differenza delle tre gare citate, siamo rimasti in dieci, quando eravamo già in vantaggio, grazie al gol segnato da Kean al 15′.

Così, i fiumi di parole di cui sopra saranno dirottati verso altro e, senza dimenticare cenni alla sfortuna e agli errori arbitrali che ci hanno penalizzato, alla grande forza di squadra mostrata e al fatto che gli azzurri ci hanno messo il cuore, via con i club non lasciano spazio alla Nazionale, in Italia non si curano i giovani, la Serie A ha troppi stranieri, i bambini non giocano più in strada, etc…
Toni ormai senza speranza da LUNGA NOTTE DELLO SPORT ITALIANO, con la solita equivalenza sport=calcio maschile, perché la Nazionale femminile -con molte meno attenzioni e investimenti- ai Mondiali c’è andata sia nel 2019 che nel 2023.
E’ bene, però, ricordare che due weekend fa, tra il 20-22 marzo 2026, atleti e atlete italiane conquistavano ori mondiali indoor nell’atletica, vittorie in Coppa del mondo nello sci alpino, nel fondo, nel biathlon e nello snowboard, coppette di specialità in discesa, super-G e paralleli vari dello snowboard, nonché successi internazionali nel judo e nella scherma. C’è stato persino il terzo posto nella Sanremo women di ciclismo, altro sport narrato in crisi perché i risultati al maschile non arrivano.
Eppure le prime pagine dei giornali sportivi erano tutte concentrate sulla Serie A e sulla paura di rimanere fuori dal Mondiale, poi puntualmente avveratesi, e ben poco spazio a tutti quei successi che avrebbero dato spago a quell’orgoglio italico, misto a delirio nazionalistico di fondo, che caratterizza la narrazione della stampa sportiva sin dalla notte dei tempi.

Questo modo di narrare lo sport=il calcio (stavolta l’equazione è più azzeccata) determina uno scollamento tra il pubblico/consumatore e la realtà di un movimento, quello azzurro, che riesce a conquistare titoli, coppe e medaglie in tante, tantissime discipline. Come, ultimamente, l’Olimpiade invernale di Milano Cortina ha dimostrato.
Uno scollamento che agisce in due direzioni opposte, parimenti pericolose:

  • quelli che “solo il calcio (maschile)” continuano a vivere dentro una bolla fatta di frustrazione per i risultati che non sono più come quelli degli anni Novanta; di rivalità tra squadre, esacerbata ad arte, anche via social, da media che ormai scelgono il proprio pubblico in base alla fede calcistica; di disprezzo per il calcio giocato dalle donne, perché “il pallone non è cosa per loro e farebbero bene a rimanere dietro ai fornelli”; di disinteresse fortemente rivendicato per qualsiasi altro sport che non catturi l’attenzione di quei quotidiani che loro sfogliano al bar.
  • quelli che “lo sport, a 360°,” sopportano sempre meno che il calcio (maschile) continui ad avere tanto spazio, nonostante i risultati non siano più quelli di un tempo, ma non necessariamente hanno il tempo e la forza di seguire altro, se non quando c’è di mezzo un grande evento, tipo Olimpiade. Infatti, in questa era sportiva a forte suggestione capitalistica, tutte le discipline seguono lo stesso credo: espandere il proprio mercato, ovvero raggiungere più pubblico, passa da una stagione agonistica dilatata all’inverosimile, da un maggior numero di eventi, non più concentrati solo nei weekend o nei mesi estivi, eventi per fruire dei quali sono necessari degli abbonamenti a specifiche piattaforme.

Che poi, come faccia l’Italia sportiva a ottenere risultati di così alto livello in tante discipline che non sono il calcio, è un mistero. Basta pensare che, mentre La Stampa pubblicava il video degli spogliatoi dello stadio di Zenica, che avrebbe dovuto far indignare perché gli azzurri di Gattuso non avrebbero potuto godere della vasca criogenica prima del match contro la Bosnia, la velocista Zaynab Dosso, approfittando di quei pochi giorni di attenzione che ti può dare la vittoria di un oro mondiale, denunciava le pessime condizioni in cui versa la pista dell’Acqua Acetosa in cui lei e altri si allenano.