La messicana Katia Itzel García Mendoza e la statunitense Mary Victoria Hancock, coniugata Penso, detta Tori. Due sono state le arbitre che la FIFA ha selezionato per United 2026. Entrambe della confederazione nord-americana, la CONCACAF, anzi entrambe riconducibili a una nazione ospitante. Entrambe hanno diretto almeno un match. Un passo avanti rispetto al 2022, quando una partita di un Mondiale maschile (ed era la prima volta in assoluto) venne arbitrata da una donna. Un passo, comunque, agevolato dal fatto che per coprire 104 match, invece di 64, servivano più fischietti.
Al netto delle cose in comune, era, tuttavia, abbastanza chiaro che la FIFA puntasse essenzialmente su una sola di loro due. Chi fosse la prescelta e il fatto che qualcosa non sia andato per il verso giusto apparirà chiaro se rileggete adesso il titolo, nel quale -spoiler- è nascosto un gioco di parole.

La differenza tra pinkwashing e trattamento paritario.
“Per la prima volta nella storia dell’Europeo una donna arbitro farà il quarto uomo!”. Sono passati cinque anni da quando la francese Stephanie Frappart venne designata dalla UEFA come supporto alla terna arbitrale di Italia-Turchia, il match che l’11 giugno 2021 inaugurò il Campionato europeo maschile poi vinto dagli azzurri. Un giorno che il giornalismo sportivo di casa nostra potrebbe ricordare come quello in cui cominciò a riflettere sull’opportunità di utilizzare la dizione più neutra “quarto ufficiale”; o come quello in cui dire “arbitra” e non “donna arbitro” divenne una questione distintiva e divisiva, un po’ come riferirsi a Giorgia Meloni usando “la Presidente del Consiglio”, in modo ovvio e grammaticalmente corretto.
Ben lungi dal voler parlare degli splendori e delle miserie italiche, torno in carreggiata per osservare che quel momento pinkwashing orchestrato dalla UEFA all’Europeo fu doppiato dalla FIFA in Qatar, in un Mondiale in cui fare del washing spinto serviva, visti i “problemi” del Paese ospitante nel rispetto dei diritti umani, in generale, e delle donne, in particolare.
Così, il 1° dicembre 2022, a dirigere Costarica-Germania, valevole per la terza giornata dei gironi e resa inutile dalla vittoria in contemporanea del Giappone contro la Spagna1, c’era proprio Frappart e con lei, a fare le assistenti di linea, c’erano la brasiliana Neuza Back e la messicana Karen Diaz. Quindi, non solo una direttrice di gara, addirittura una terna arbitrale tutta femminile per la prima volta in un match di Coppa del mondo! Una sorta di premio alla carriera per Frappart, perché nelle partite a eliminazione diretta, quelle che più contavano, i suoi servigi non furono richiesti.
Che alla base di tutto, da parte della federazione internazionale, vi fosse l’atteggiamento protettivo-paternalistico tipico del potere maschile fu chiaro dal modo in cui vennero (sotto-)utilizzate le altre due arbitre convocate, evidentemente solo per fare “esperienza”: fecero, infatti, solo comparse da quarto ufficiale e sempre in partite dei gironi la ruandese Salima Mukansanga e la giapponese Yoshimi Yamashita, che erano da poco diventate le prime donne a dirigere, rispettivamente, un match della fase finale di Coppa d’Africa e una partita della Champions League asiatica.
Piccolo inciso: nelle denominazioni ufficiali delle competizioni citate è omesso il riferimento al genere (dominante), perché si dà per scontato che siano maschili; e, poi, non c’è dubbio che si stia parlando di un’ammissione a un consesso fatto fin lì di soli uomini, quando per una donna il tutto è narrato come un traguardo o una promozione.

A United 2026, a distanza di quattro anni dal Mondiale qatariota, non si è dovuto attendere la fine della fase a gironi per vedere un’arbitra arbitrare. O meglio, a Itzel Garcia i designatori hanno affidato una sola partita, una delle più inutili delle 72 preliminari, Paesi Bassi-Tunisia, giocata a eliminazione delle volpi del deserto già sancita e qualificazione dei tulipani già acquisita. Vedi atteggiamento protettivo-paternalistico di cui sopra.
Invece, Tori Penso, coadiuvata dalle connazionali Kathryn Nesbitt e Brooke Mayo, è stata chiamata in causa già il 18 giugno 2026 per Rep. Ceca-Sud Africa, partita del secondo turno del gruppo A, sintomo della volontà di trattarla come i colleghi maschi. Nesbitt c’era già in Qatar e, anzi, lì era stata l’unica a provare l’ebbrezza degli ottavi di finale, avendo fatto da assistente al salvadoregno Barton in Inghilterra-Senegal; la storia di Mayo, prima persona della comunità LGBTQ+ a far parte della crew arbitrale in una partita della Coppa del mondo, dava poi al tutto una ventata di washing, che nell’America trumpiana è necessaria quasi quanto a Doha e dintorni; se ci aggiungiamo che la direzione di Penso era stata giudicata positivamente da più parti, ecco che il tutto è diventato una bella narrazione, in attesa di traguardi ancora più importanti da raggiungere e da ostentare.
Il passo successivo ha, invece, mostrato come questa strategia a una sola punta non abbia portato i frutti sperati, perché sono convinto che Pierluigi Collina e la Commissione arbitrale della FIFA erano pronti a sfatare il tabù di una direttrice di gara in un incontro a eliminazione diretta, contando che stavolta ce n’erano sedici in più a disposizione e che la donna su cui avevano puntato giocava in casa.

Quello che è accaduto è facile riassumerlo: in Germania-Ecuador, match della terza giornata dei gironi a cui solo i sudamericani chiedevano qualcosa, Tori Penso è andata male. Pesano il gol convalidato ai tedeschi dopo pochi minuti, nonostante un netto gioco pericoloso a inizio azione di Pavlovic, decisione avallata dal VAR Joe Dickerson; una direzione molto incerta; un rigore concesso ai tedeschi, ignorando un fallo a inizio azione che poi il VAR ha rilevato. Cose che capitano, anche ai colleghi maschi. Solo che lei è una donna ed errori non può permetterseli, deve sempre overperformare per mostrarsi degna della compagnia altrui. Un modo strisciante di vedere le cose che appare chiaro da un post in inglese su X, che il giornalista di Sportitalia e CNN Tancredi Palmieri ha sputato poco dopo la rete concessa alla Germania: in esso il genere di chi dirigeva la gara è specificato due volte, elevato a causa primaria di incapacità. In un commento un utente si chiede: “Are all Italian sports journalists as sexist as you are, or is this just a you thing?”. Perché è bene ricordarlo che da noi sono molto più che altrove gli uomini che pensano che le donne non abbiano neanche il diritto di accostarsi al sacro rettangolo verde.

Una donna al VAR.
Itzel Garcia e Tori Penso, pur se da quarte ufficiali, rispettivamente, due e una comparsa a bordo campo tra sedicesimi e ottavi le hanno fatte. Se, però, dal campo ci si sposta al video, si scopre che c’è una loro collega, sempre della CONCACAF, che ha fatto un bel po’ di strada: la nicaraguense Tatiana Guzmán.

Chi taccia la FIFA di ideologia “woke”, per aver permesso alle femmine di dirigere gare tra maschi, ignora volutamente che il governo mondiale del pallone è stato il diretto responsabile per decenni della marginalizzazione del movimento femminile, tanto che nel 1991, al primo Mondiale riservato alle donne, tutti gli incontri furono arbitrati da uomini, ad eccezione della finale per il terzo posto che venne assegnata alla messicana Vasconcelos. Una finale, ma non quella vera, perché arriva da lontano l’abitudine a curare l’apparenza, senza dare troppi scossoni alle fondamenta.
Ad ogni modo, già nel 1995 l’ultimo atto fu diretto da un’arbitra, la svedese Jonsson. Poi nel 1998 arrivò la prima decisione davvero di impatto: a partire dalla terza edizione, quella del 1999, le partite valide per la FIFA Women’s World Cup avrebbero avuto sempre terne femminili. Gli arbitri (uomini) ricomparvero al Mondiale femminile quando nel 2019 fu introdotto il VAR, per il solito atteggiamento protettivo-paternalistico dei vertici del pallone di fronte alla novità: i maschi sono considerati più formati, più esperti e lo spazio alle donne va dato piano piano, dopo essersi accertati che abbiano imparato. Non a caso, dal 100% di presenza maschile al Video in Francia nel 2019, si è passati a un 13 su 19 (quindi, 31,6% di donne) in occasione del Mondiale femminile del 2023. Tra le sei donne al VAR c’era anche Tatiana Guzmán, che la FIFA ha scelto in occasione di United 2026 per infrangere un altro tabù.

La nicaraguense è stata più volte selezionata come AVAR, ovvero assistente VAR, nel corso del Mondiale, a partire dal match d’esordio dei canadesi padroni di casa contro la Bosnia Erzegovina. Era arbitra VAR nel sedicesimo Germania-Paraguay, quando ha invitato il collega in campo ad annullare un gol ai tedeschi per blocco sul portiere (una decisone che molti osservatori hanno criticato, ma che la FIFA ha avallato). È tornata a fare l’assistente VAR in Brasile-Norvegia, in cui ha notato un fallo da rigore su Cunha, meritandosi -a quanto pare- l’appellativo “Occhio di lince”. Era in cabina VAR anche in occasione della semifinale tra Inghilterra e Argentina e per la finalissima Spagna-Argentina è stata allertata come riserva.
Penso lo si sia capito: di fronte alla prima donna che… è bene sempre chiedersi qual è la percentuale di pinkwashing, di apparenza, e quanta, invece, sia la sostanza, ovvero quanto la cosa vada davvero in direzione della parità di trattamento indipendentemente dal genere. Ai posteri l’ardua sentenza, nel senso che in futuro capiremo quanto diverrà una cosa usuale nel calcio maschile di alto livello avere una donna al video arbitraggio. Da parte sua, Guzmán il suo lo ha fatto.