Da: La fascia sinistra, anno 01, punt. 05, mar. 2019: La necessità del mito, da Jesse Owens a Cr7

Tutti coloro che lo hanno vissuto, ricordano particolari anche insignificanti di quel 11 luglio 1982 in cui la Nazionale italiana vinse il Mondiale di calcio. Anzi, il fatto di aver condiviso quel momento, non necessariamente nello stesso luogo, è un tassello, un mattone su cui costruire delle relazioni, dei rapporti interpersonali. Perché è un momento che non si può dimenticare.
Non a caso, tutti i film italiani che hanno come obiettivo narrare la storia di uno o più personaggi attraverso gli ultimi trenta-quaranta anni del Novecento si preoccupano di farci vedere cosa facevano i protagonisti nel momento in cui gli azzurri battevano la Germania Ovest 3-1. Anche se poi, di calcio, i protagonisti non se ne fregano niente. Come il Nicola Caratti interpretato da Lo Cascio in La Meglio Gioventù, mostrato come insofferente acquirente di oggetti in un supermercato mentre i proprietari, distratti, seguono l’Italia alla TV.

Il richiamo al film di Marco Tullio Giordana permette anche di ragionare su quanto ampio possa diventare l’immaginario di riferimento di un grande evento sportivo e, in particolare, di quanto ampio è diventato quello della vittoria del Mondiale di Spagna: la coesione mostrata in quella estate del 1982, la voglia di sentirsi italiani perché la Nazionale di Bearzot era diventata campione del mondo viene spesso paragonata (o, addirittura, descritta come uno dei fattori che hanno contibuito) al tutti-insieme-contro-le-Brigate-Rosse, alla narrazione del Paese unito che negli anni a venire sconfigge il terrorismo. Non a caso, Nicola Caratti/Lo Cascio nel film è l’ex compagno di una brigatista, che finirà in un carcere di massima sicurezza.

I grandi successi sportive sono, quindi, in grado di generare da soli un proprio immaginario che -come visto- si riveste spesso di significati sociali, politici o culturali. Però, è altrettanto vero che, in quanto foriero di emozioni, il racconto sportivo prova da sempre a costruire un immaginario intorno a sé. A volte con successo, a volte no.
Quando nel 1909 organizzò a Torino il Lipton Trophy, quadrangolare internazionale a cui erano stati invitati un club inglese (West Auckland), uno tedesco (FC Stuttgarter) e uno svizzero (Winterthur), La Stampa Sportiva fece passare la rappresentante italiana come una sorta di Nazionale ante-litteram, anche se era formata da otto giocatori del Torino, tre del Piemonte e, per esempio, da nessuno della Pro Vercelli campione d’Italia. Evidentemente, di fronte a un torneo in cui erano presenti anche squadre straniere, il settimanale voleva stimolare pubblico e lettori a essere più empatico, anzi a identificarsi con la squadra perché rappresentativa di tutta la Nazione.

Ci sono anche casi in cui la ricerca dell’iperbole e il voler accedere a un immaginario hanno portato il racconto sportivo a diventare un fake. Ad esempio, non è mai esistita quella mitica partita del Trofeo Ramon de Carranza in cui il salvadoregno Gonzalez del Cadice, detto El Magico, entrò nel secondo tempo (perché aveva fatto serata e si era svegliato tardi) e fece tre gol al Barcellona permettendo ai suoi di passare da 0-3 a 4-3. Ma, del resto, “never spoil a good story with the truth”, mai rovinare una bella storia con la verità…1
Emblematico, in fatto di narrazioni senza fact-checking, quanto successo intorno a Perù-Austria, match valido per i quarti di finale del torneo di calcio dell’Olimpiade di Berlino 1936. I peruviani vinsero 4-2, ma, causa un’invasione di campo alla fine del match, fu imposta la ripetizione della partita, che i sudamericani rifiutarono di giocare.
Ebbene, sul torto subito dai peruviani si è allungata (ma solo in tempi recenti) la lunga mano di Hitler. Anche perché parlare di quei Giochi estivi senza metterci il Führer a impersonare il cattivo sembra proprio sprecato, visto che la storia della mano non stretta a Jesse Owens è uno dei primi racconti che ha travalicato l’ambito sportivo per assurgere addirittura a simbolo della lotta tra il bene e il male. Con giusto un filino di retorica…

Enfatizzare, epicizzare, mitizzare un evento sportivo, una situazione è, dunque, un artificio a cui le penne che raccontano cose di sport ricorrono con frequenza. Ma quali sono gli strumenti che si usano adesso per fare, ad esempio, di un forte calciatore ancora in attività un personaggio? L’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus nell’estate del 2018 ha offerto uno squarcio di come si comportino al tempo dei soical i media mainstream: una volta scelta la modalità con cui va ritratto (in questo caso, Ronaldo=professionista), si segue il soggetto in modo maniacale rendendo notizia anche ciò che non lo è (tipo, Ronaldo si è comprato una nuova Rolls Royce), ma si tace su tutto ciò che potrebbe intaccare la sua reputazione (vedi caso accuse di violenza sessuale). Ovvero si evita di fare giornalismo vero (e si alimenta la cultura dello stupro).
Il mezzo è, dunque, la costruzione di un immaginario, in questo caso attorno a Cr7; il fine è più effimero e dura il tempo di un clickbait.