Fare catenaccio è reazionario, giocare sempre all’attacco è da rivoluzionari. Il calcio lezioso è borghese, quello senza fronzoli è proletario. No, non siamo finiti in una canzone di Giorgio Gaber, il cantautore milanese che alla fine del suo percorso artistico e personale discettava di quale salume tra mortadella e culatello fosse più comunista, per schernire un po’ quel modo fine anni settanta di dividere tutto in “cosa di destra” o “cosa di sinistra”.

I fratelli Starostin

I fratelli Starostin

La cosa può far sorridere, ma dibattiti su pallone e rivoluzione proletaria ci son stati davvero nei primi anni di storia della Unione Sovietica, come ci racconta M.A. Curletto ne I piedi dei Soviet, Il futból dalla Rivoluzione d’Ottobre alla morte di Stalin, che è allo stesso tempo un libro piacevole da leggere e un documentatissimo saggio.[1]
Quando, ad esempio, nel 1936 lo Spartak Mosca annuncia di voler cambiare tattica di gioco e passare dall’ancestrale piramide (oggi lo chiameremmo 2-3-5) al ben più collaudato sistema W, la Dinamo Mosca e il CDKA insorgono etichettando la nuova tattica come “indegnamente difensiva, in aperto contrasto con la sana mentalità del calciatore sovietico, per  natura generosamente portato all’attacco”.
Quindici anni prima non la singola tattica, ma l’intero concetto del futból, per dirlo alla russa, era stato oggetto di attacchi da parte del Proletkul’t, organismo creato per far nascere un’arte del popolo per il popolo e, di conseguenza, baluardo contro gli influssi potenzialmente pericolosi nelle attività ricreative. E il calcio, in cui “il dribbling e le finte non [sono] altro che inganni”, appariva borghese dentro, decisamente diseducativo per il proletariato  e per questo andava in qualche modo corretto. Da qui una proposta, che Curletto definisce visionaria:

il campo di gioco avrebbe dovuto essere diviso in riquadri, ognuno dei quali sarebbe stato occupato da un giocatore che non avrebbe potuto uscire e, ricevuta la palla, sarebbe stato obbligato a liberarsene entro cinque secondi passandola a un compagno.

Il sorrisetto di prima ha forse lasciato spazio all’incredulità. Ma al di là del fatto che le istanze di questi dibattiti sembrino assurde, è interessante inquadrarle nel giusto panorama storico e culturale dell’epoca se non vogliamo affrontare le cose alla Gaber e banalizzarle un po’. Procediamo allora con ordine. Il calcio sbarca  nella Russia zarista alla fine del secolo XIX grazie ad alcuni immigrati inglesi e prende subito piede. Nei primi anni si organizzano campionati cittadini, alcuni campionati panrussi e la Russia dei Romanov ha anche il tempo di farsi sommergere 16-0 dalla Germania alle Olimpiadi del 1912.

ottobre statua zar

Da Ottobre, di S. Ejzenštein

Poi arriva l’Ottobre in cui le statue degli zar cadono e tutto cambia o, meglio, tutto deve cambiare. Nel nuovo mondo socialista il marxismo, come teoria politico-economica, deve darsi come potere in grado di riorganizzare lo stato e le attività produttive in modo totalmente rivoluzionario rispetto a quanto accade nei regimi monarchici e negli stati borghesi. Il marxismo è, però, anche corrente filosofica, e allora deve allo stesso tempo darsi dialetticamente in ogni aspetto della società, compresi quello culturale e quello sportivo.

La lente di ingrandimento sotto cui è posto il futból può essere dunque vista come una conseguenza di un ragionamento logico-dialettico: punto nodale della teoria marxista è la critica della divisione in classi; questa divisione è tipica dei regimi borghesi e si riflette volutamente o implicitamente anche in tutte le attività culturali o sportive che essi propongono; il futból è nato in un regime borghese e, quindi, ogni cosa che lo riguarda va analizzata a fondo, anche perché la fine della guerra ha riacceso la passione popolare per questo gioco.

Sarà proprio questa incredibile passione a salvare il calcio in terra sovietica, una passione trasversale ai generi, visto che anche molte donne affolleranno gli stadi, e trasversale a tutte le classi, che lo stato socialista non ha in realtà abbattuto. E così, in analogia con quanto accade in quegli anni con lo sport in Italia o in altri paesi nemici, il calcio diventerà anche in URSS uno strumento nelle mani della classe al potere.
In questo détournement quelle strane proposte e quegli assurdi dibattiti vanno allora considerati come una cosa positiva, perché indice di una epoca in cui, di dibattiti “ve ne erano ancora in Unione Sovietica”.

federico, col contibuto di paolo

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[1] Le frasi riportate successivamente tra virgolette sono tutte tratte dal libro di Curletto.