La prima cosa per cui il Mondiale maschile di calcio del 2026 verrà ricordato è il suo gigantismo. Anche se tutto lascia intendere che questo gigantismo sarà ben presto superato e che, per continuare ad assicurarsi l’appoggio di tante piccole federazioni, il capo della FIFA Gianni Infantino potrebbe accelerare per una Coppa del mondo a 64 squadre, a partire già dalla prossima edizione. Che già, di per sé, verrà spalmata tra sei Paesi e tre continenti.
Un Mondiale a 48 squadre.
La decisione di allargare da 32 a 48 il numero delle Nazionali partecipanti era stata presa nel gennaio 2017 ed era servita a convincere definitivamente Messico e Canada che una United joint bid con gli Stati Uniti era la cosa migliore per la CONCACAF, la confederazione nord-americana, che per il 2026 aveva la sua grande occasione. Le nazioni europee e asiatiche erano, infatti, automaticamente escluse dal processo di selezione perché federazioni affiliate all’UEFA o alla AFC erano state designate per le successive due edizioni, ovvero Russia 2018 e Qatar 2022.
Sin dal principio, cioè sin da quando la FIFA pensava a un format con 80 partite da disputare, non era prevista una equa divisione dei match tra i tre Paesi ospitanti: Messico, perché tra i tre è quello meno ricco, e Canada, perché tra i tre è quello meno calcistizzato, erano destinati a raccogliere le briciole di uno-due gironi ciascuno e qualche partita a eliminazione diretta, ma niente più di un ottavo di finale, mentre gli Stati Uniti, già così, avrebbero ospitato più match di quanti ne erano serviti ai tempi di USA ’94 per completare il torneo. Quando nel 2023 il governo del calcio mondiale ha optato per un format con dodici gironi da quattro squadre ciascuno, ripescaggio delle otto migliori terze ed eliminazione diretta a partire dai sedicesimi di finale, lo strapotere statunitense è stato confermato: delle 104 partite da disputare nell’arco di quaranta giorni (ovviamente, due record), tredici ciascuno andavano a Messico e Canada e ben 78 agli Stati Uniti, anche questo un primato, visto che con l’ormai vecchio format a 32 squadre “bastavano” 64 partite diluite in un mese.
Giocoforza, a fronte delle sole Vancouver e Toronto, sedi con Montreal delle tre squadre canadesi che partecipano alla Major League Soccer, erano ben undici le città americane coinvolte dal Mondiale 2026. Tre, invece, quelle messicane, tra cui, ovviamente, la capitale e, se non altro, almeno un primato lo ha fatto registrare l’Azteca, visto che per la terza volta ha ospitato la partita inaugurale della manifestazione.
Tutto questo per far capire come, già in nuce, più che uno United 2026 condiviso tra tre federazioni/nazioni/governi, il Mondiale era destinato ad essere uno United States 2026 mascherato. E American style doveva esserne anche la modalità di fruizione: match spezzettati da pause, anche imposte a tavolino, vedi l’istituzionalizzazione dell’hydration break di tre minuti a metà di ogni tempo, buono per mandare in onda la pubblicità e permettere agli spettatori di cantare, ballare, andare a prendersi hot dog, coca-cola e pop corn; costante presenza sugli spalti (e sui maxi-schermi) di ex campioni del pallone, membri del jet set, stelle del cinema, artisti di fama internazionale; il primo half time show in stile Superbowl della storia dei Mondiali, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo della finale; e biglietti dai costi non proprio abbordabili. A peggiorare, però, notevolmente le cose, a rendere cioè gli USA ancora più padroni dell’organizzazione della rassegna iridata e dell’immagine che di lei resterà in futuro, ci hanno pensato le Presidenziali del 2024, con la riconquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump. Ed è questa la seconda cosa per cui il Mondiale maschile di calcio del 2026 verrà ricordato.
La via di Infantino per la felicità e lo scoglio Trump.
Ai tempi di Brasile 2014, l’allora Segretario generale della FIFA Jerome Valcke aveva ricordato come troppa democrazia potesse essere d’intralcio all’organizzazione di una Coppa del mondo. Non a caso, i vertici del pallone si erano già premuniti, assegnando la coppa del 2018 alla Russia putiniana e al Qatar quella del 2022. Lo scandalo corruzione scoppiato (anche) per come erano state effettuate queste scelte aveva costretto tutta la classe dirigente dell’epoca a farsi da parte; così, la matricola Gianni Infantino si era ritrovato sullo scranno presidenziale, con un Mondiale in un Paese governato in modo autocratico alle porte e un altro lì dove non si rispettano i più elementari diritti umani, quattro anni dopo.
João Havelange, capo indiscusso della FIFA dal 1974 al 1998, ricordava come il potere del calcio, «il più grande potere che esista», gli aveva permesso di essere ricevuto con tutti gli onori dal presidente russo Eltsin, da papa Giovanni Paolo II e da re Fahd in Arabia Saudita1. Anche il suo successore, Joseph Blatter, aveva continuato a frequentare capi di Stato, immaginando di trattare con loro da pari a pari. Gianni Infantino, sfoggiando la sua faccia bonaria e i suoi modi da ragazzino impacciato, è riuscito ben presto ad andare oltre chi lo aveva preceduto, tanto da essere ammesso anche nei luoghi della politica internazionale, a partire dalla riunione del G20 tenuta a Buenos Aires nel dicembre 2018. Solo che. Solo che ogni sua mossa è stata accompagnata da un omaggio al padrone di casa di turno, da un servigio al possibile ricco finanziatore, da un’autostrada per i Bin Salman, che al tempo stesso hanno la virtù di essere pieni di petrodollari e monarchi assoluti d’Arabia.
Come sottolinea Sbetti su Ultimo Uomo, «la FIFA di Infantino non si è limitata a difendere gli interessi governativi dei Paesi organizzatori (come di solito fanno tutte le istituzioni sportive internazionali per proteggere la buona riuscita dei propri eventi) ma ha finito per abbracciare con convinzione il simbolismo politico che questi volevano [via via] dare al torneo.». Prima con Putin, vedi l’onoreficenza dell’Ordine dell’Amicizia ricevuta dal buon Gianni nel 2019; poi con l’emiro Al Thani, vedi il raccapricciante discorso inaugurale al Mondiale 2022, in cui il buon Gianni diceva di sentirsi qatariota, arabo, africano, gay, disablile, migrante, allo stesso tempo, come se i qatarioti non perseguissero l’omosessualità per legge e non avessero schiavizzato migliaia di migranti per la costruzione degli stadi; infine, con Trump, tra il 2017 e il 2020, vedi il siparietto dei cartellini gialli e rossi regalati in occasione della prima visita alla Casa Bianca, e, di nuovo, dal novembre 2024 (quando era ormai certo chi sarebbe stato presidente USA al momento di United 2026), vedi lo spostamento del quartier generale FIFA nella Trump Tower a New York.
Se, però, la Russia nel 2018 e il Qatar nel 2022 avevano bisogno della vetrina della Coppa del mondo, per sublimare la loro politica di sportwashing, iniziata almeno un decennio addietro, e, soprattutto, avevano interesse ad apparire meno autoritari di quanto in realtà fossero, ‘The Donald’ con il Mondiale, che si andava organizzando in terra statunitense, si è comportato come con tutto ciò che gli succede intorno: se ne è fregato altamente, tranne in quei momenti in cui ha ravvisato la possibilità di volgere a suo favore una situazione, un incontro con questo campione o quella squadra nello Studio Ovale, la sempre più ossequiosa servilità di Infantino. Che, da parte sua, deve aver pensato che il pattern utilizzato, in precedenza, con altri pezzi grossi sarebbe andato bene anche con Trump, salvo ritrovarsi sempre più dentro una spirale senza uscita. Basta pensare al premio FIFA per la Pace regalato, in occasione della cerimonia del sorteggio dei gironi, al più guerrafondaio dei presidenti USA o alla partecipazione a febbraio alla prima riunione del Board of Peace, fantomatica nuova ONU di ispirazione trumpiana, riunione in cui ha avuto il cattivo gusto di presentarsi con un cappello MAGA, contraddicendo la più basilare (seppure ipocrita) regola che predica la neutralità politica della FIFA.
Di contro, gli Stati Uniti ospitanti non hanno fatto alcun passo indietro o alcuna eccezione in vista del Mondiale per tifosi provenienti da Stati considerati canaglia (Senegal, Costa d’Avorio, Haiti e, ovviamente, Iran); quelli dello US Border Control hanno perquisito giocatori e staff di Senegal, Uzbekistan e anche Argentina, come se andassero alla ricerca di trafficanti di coca; sono stati, infine, negati ingressi a membri di alcune delegazioni e, addirittura, l’arbitro somalo Omar Artan, uno dei tre designati dalla CAF, è stato rispedito indietro a Istanbul. Il tutto senza che ci fossero proteste ufficiali da parte FIFA.
Chi asseconda tutto questo, chi chiama amicizia ciò che è in realtà subalternità, prima o poi rimane scottato. Perché di fronte ha uno a cui le regole non interessano. E, visto che il tutto parte da un Mondiale di calcio, la goccia che potrebbe far traboccare il vaso o, se si preferisce, lo scoglio su cui si potrebbe incagliare la barca Infantino (che, comunque, continua ad avere grandissime possibilità di essere rieletto presidente nel 2027), è arrivato dal campo o, meglio, da questioni inerenti il campo. Mi riferisco all’ingerenza trumpiana che ha portato alla sospensione della squalifica di Balogun prima dell’ottavo di finale USA-Belgio.
Balogun e il riscaldamento climatico.
Thank you to FIFA for doing what was right and reversing a great injustice.2
Come ha poi candidamente confermato qualche giorno dopo, Donald Trump non aveva la minima idea di cosa un cartellino rosso comportasse a livello disciplinare, ma appena gli hanno spiegato che Folarin Balogun, l’attaccante più prolifico degli USA, sarebbe stato squalificato per il match contro il Belgio perché era stato espulso contro la Bosnia Erzegovina, ha alzato la cornetta e chiamato Gianni. E la FIFA ha obbedito.
Il mondo del pallone (e non solo) aveva capito subito chi ci fosse dietro quella strana decisione della federazione internazionale di andare contro le sue stesse regole e cancellare, con l’uso dell’articolo 27 del Codice disciplinare, il turno di stop per Balogun. Però, una cosa sono la dietrologia, le supposizioni, il “si dice che”, altra cosa è che il mandante del delitto spiattelli poi ai quattro venti di aver fatto indebita pressione sul suo “uomo” (o, meglio, sul suo subalterno) all’interno della FIFA, che si dia il caso esserne il presidente. Perché, al di là di quanto ha dichiarato Infantino in merito al contenuto di quella telefonata (“gli ho spiegato che è il Comitato disciplinare a decidere e che è un organo autonomo”), poi quel Comitato disciplinare l’ha presa la decisione pro-Trump di ratificare una post-verità in merito alla squalifica di Balogun3. Inoltre, la FIFA stessa l’ha avallata, senza neanche saperla difendere o spiegare, visti i chiarimenti non forniti alla inviperita federazione belga, la cui Nazionale si è comunque rifatta abbondantemente sul campo.
Allo stato attuale delle cose non c’è più il sospetto, c’è la certezza che il governo mondiale del pallone sia un agente condizionante e non un arbitro imparziale della più importante manifestazione internazionale da lui stesso organizzata.
E questa è la terza cosa per cui United 2026 verrà ricordato. Qualcuno potrebbe far notare come nella centenaria storia del Mondiale di calcio, favoritismi arbitrali accordati, in particolar modo, alla squadra ospitante si siano visti a tante, tantissime riprese e a diversi livelli: l’Italia ne ha goduto nel 1934 contro Spagna e Austria, l’Inghilterra nel 1966 in finale contro la Germania Ovest e non solo, persino la Svezia ha avuto la sua bella dubbia vittoria in semifinale sempre contro i tedeschi occidentali nel 1958.
Due le vette raggiunte: nel 1962, quando un modesto Cile arrivò fino alla semifinale contro il Brasile di Garrincha, perché il suo modo di difendersi… molto aggressivo veniva tollerato dagli arbitri, che invece espellevano gli avversari che reagivano (vedi gli azzurri Ferrini e David e, proprio, Garrincha); nel 2002, in Corea del Sud, quando Byron Moreno non fu l’eccezione, ma la regola. Non bisogna, però, fare come con il riscaldamento climatico e confondere il ricordo di estati roventi, tipo quelle del 1988 o del 2003, con il fatto che la temperatura media sia in crescita costante o che il clima dell’Europa mediterranea sia avviato alla tropicalizzazione: dopo quello del 2002 abbiamo, infatti, vissuto Mondiali decenti, mentre già in occasione di Qatar 2022 la tendenza della FIFA di Infantino a dar vita a tornei preconfezionati era sembrata strutturale. Il fatto che il giocatore più rappresentativo delle finaliste Argentina e Francia militasse in quel momento nel Paris Saint-Germain, di proprietà del fondo sovrano del Qatar, ne è la dimostrazione.

