La narrazione del calcio al tempo delle narrazioni – 5° puntata: Contronarrazioni

Come simbolico punto di partenza prendiamo il coro

No al calcio moderno, no alla pay-tv

che nel corso degli anni si è trasformato da semplice slogan da scandire sugli spalti a manifesto del malumore di chi descrive l’atmosfera che si respira intorno al terreno di gioco come la parte più sana e genuina della passione sportiva, declinata innanzitutto come attaccamento alla squadra per cui si tifa.
In questa narrazione, il “calcio moderno” è responsabile della diffusione degli appassionati da poltrona e del conseguente svuotamento degli stadi. È un calcio in cui l’unico motore è l’interesse economico, in cui i giocatori scendono in campo solo per i soldi e non per la maglia che indossano e tutto ha avuto inizio quando le tv a pagamento hanno distrutto il rito della partita la domenica pomeriggio.
In un articolo pubblicato su Rivista 11, Roberto Procaccini mette in evidenza come gli anni Ottanta del Novecento, spesso indicati come «ultima isola felice», siano stati, al contrario, «l’origine del male che [gli stessi “no al calcio moderno”] combattono»: l’introduzione dello sponsor sulla maglietta, l’acquisto di grandi giocatori, soprattutto stranieri, condotte a mo’ di operazioni di marketing (vedi i primi anni della presidenza Berlusconi al Milan) sono state l’«ultima mossa per ingrandire il bacino economico dei club prima dell’arrivo delle tv private» e delle tv a pagamento.
Come spiega, però, nello stesso articolo il sociologo Luca Bifulco, richiedere coerenza ai cosiddetti antimodernisti non è possibile, o più semplicemente non è la chiave giusta per capirne qualcosa di più. L’antimodernismo è, infatti, un sentimento che va interpretato almeno in due modi.

Per chi è più vicino al mondo degli ultras, è una questione di conflitto: il calcio moderno è il responsabile dell’aumento dei prezzi dello show, dell’introduzione di daspo1, tessera del tifoso, divieto di trasferta, «è quello che vuole gli stadi più ricchi e più ordinati e per questo respinge le parti popolari e violente del pubblico. I gruppi organizzati non si percepiscono come un problema dello sport, al contrario esaltano la centralità della propria passione e la continuità del proprio sostegno». Per costoro l’identità è chiara, ma non è sempre accompagnata da un’analisi del reale che trascenda il rettangolo di gioco e il supporto alla squadra del cuore.
Laddove tutto questo accade, il terreno diventa fertile per sviluppare esperienze riconducibili alla galassia dello sport popolare che recuperino, al contempo, anche la pratica di base di tante altre discipline che il calcio fagocita ad alti livelli.

Per quei tifosi che non si sono mai riconosciuti dentro logiche ultras, invece, l’antimodernismo è spesso declinato come

un proustiano ritorno al passato, nostalgia per stagioni che appaiono innocue e rassicuranti solo perché appartenenti ad altre epoche,

come sottolinea sempre Bifulco. Un sentimento passatista che si è appropriato di parole chiave quali “romanticismo” e che ha assunto le sembianze di una vera e propria deriva quando ha iniziato a utilizzare il web come cassa di risonanza.
E se, in genere, è impossibile richiedere coerenza ai “no al calcio moderno”, per questi antimodernisti che si sono abbandonati a narrazioni impregnate di acritica nostalgia per un periodo piuttosto che per un altro, la mancanza di una qualsiasi prospettiva è un dato di fatto. Da qui l’esaltazione dei protagonisti del periodo scelto, che, per partito preso, sono infinitamente migliori di qualsiasi campione del calcio attuale, da un punto di vista morale e tecnico.
La cosa interessante è che questa narrazione, nata come reazione al presente calcistico, accusato di avere come unico motore l’interesse economico, è a sua volta diventata mainstream, tanto che alcune pagine create ad hoc hanno poi pensato bene di monetizzare questo trend. La parola chiave, in questo caso, è diventata “nostalgia” o, ancor di più, il neologismo “nostalmagia”, che rimanda a quanto magico sia di per sé questo passato2 e l’operazione commerciale mira a intercettare quella che Simon Reynolds, il più grande critico musicale vivente, ha definito retromania. Anche perché «non è mai esistita una società non solo tanto ossessionata dai prodotti culturali del suo passato più recente, ma anche tanto capace di accedere al passato immediato», così iper-documentato.3

Fare della contro-narrazione, in questo caso, non si esaurisce nel denunciare le manipolazioni a fini di marketing che hanno come oggetto, ad esempio, il calcio degli anni Ottanta e Novanta.4 Vuol dire anche ragionare sul perché si rimpiangano quei periodi e su che portato sociale, politico, culturale tutto ciò abbia.
La nostalgia di un immediato passato si può, infatti, riscontrare in tutte le epoche, ma per chi ha vissuto la propria infanzia o la propria adolescenza nelle ultime due decadi del secolo scorso questa retromania ha a che fare con un sistema economico che nel frattempo è evidentemente collassato. Facile, dunque, rimpiangere l’effimero benessere neoliberista che, tra l’altro nel mondo del pallone nostrano, ha creato quella bolla che permetteva a personaggi più o meno loschi di investire enormi cifre per acquistare campioni e portarli in Italia. E se è normale, nella cinica società del profitto, cavalcare questi sentimenti all’insegna di quello che Mark Fisher ha chiamato “Realismo Capitalista” -il there’s no alternative di thatcheriana memoria introiettato dall’inconscio collettivo che nemmeno la crisi del 2008 ha scalfito-, l’intero processo di mitizzazione

agisce come una specie di barriera invisibile che limita il pensiero quanto l’azione,

generando un

profondo e pervasivo senso di esautoramento, di sterilità culturale e politica.5

A proposito, in questi ultimi decenni, il calcio in sé, inteso come disciplina sportiva, è molto cambiato e non si può negare che abbia al momento una propria identità, bella o brutta che sia. A meno che, tornando al discorso di prima, non si voglia forzatamente pensare che un Taibi era più forte di un Alisson solo perché giocava quando si era bambini.
E soprattutto, in questo caso possiamo permetterci di smentire Margareth Thatcher perché nel calcio (e nella sua narrazione) there’s an alternative, quella popolare.


puntate precedenti:
Ma che vuol dire narrazione?, Enfasi a mezzo stampa, Anche lo sport ha una sua storia, Nessun giorno senza calcio
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Narrazioni tossiche e contromisure