In una scena di Clerks, film culto del cinema indipendente americano anni Novanta, i due commessi protagonisti discutono della saga di Guerre stellari e, in particolare, de Il ritorno dello Jedi. Uno dei due esprime il suo disappunto per il fatto che la Death Star, in italiano, la “Morte nera”, l’astronave destinata a diventare il quartier generale dell’Impero, viene fatta saltare una seconda volta dai ribelli quando è ancora in costruzione: in tal modo -osserva- muore anche tanta gente innocente che era lì solo per lavoro e non muoiono solo i soldati imperiali, ovvero i “cattivi”. Un cliente interviene nella discussione e dice di non essere d’accordo: racconta di essere un costruttore e di aver rinunciato a un ottimo guadagno giusto tre settimane prima, non appena scoperto che avrebbe dovuto lavorare nella villa di un boss mafioso, e che, qualche giorno dopo, proprio in quella villa c’è stata una sparatoria e l’amico, a cui aveva passato il lavoro, è stato ucciso. Laconica la conclusione:

I’m alive because I knew the risk involved with that particular client. […] Any contractor working on that Death Star knew the risk involved. If they got killed, it’s their own fault.

La vicenda di Pirlo, nominato ct della Nazionale italiana e poi sollevato dall’incarico perché sottocontratto con Fonbet, un’agenzia di scomesse russa, mi ha ricordato questa scena. C’è il forte, fortissimo sospetto che la Federcalcio abbia colto la palla al balzo per una scelta poco convinta e che aveva convinto poco, perché, altrimenti, -utilizzando la solita retorica che la politica deve essere separata dallo sport- avrebbe potuto difendere il campione del mondo 2006 e trincerarsi dietro un “ci ha assicurato che ha rescisso il contratto”. Non è, però, questo il punto.
Non si può, infatti, ignorare (o, comunque, non lo può fare un personaggio pubblico come Pirlo) che, in Europa, dal febbraio 2022, ovvero dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, qualsiasi posizione, assunta dai singoli sportivi, dalle federazioni nazionali, dagli enti istituzionali in merito alla Russia o a ciò che la riguarda diventa politica, nel senso che determina una scelta di campo. Pertanto, -e qui torniamo al costruttore di Clerks– è a dir poco ingenua la linea utilizzata dall’ex centrocampista azzurro per difendersi:

La collaborazione oggetto delle polemiche ha natura esclusivamente commerciale e sportiva e non può essere interpretata come una presa di posizione politica

La fallacia sta, da un lato, nel pensare che solo dicendo apertamente “Sto con la Russia” o “Sto con Zelensky” si prenda una posizione; dall’altro, nel pretendere che gli altri non possano dare una valenza politica a delle azioni considerate neutre da chi le ha compiute. Basta pensare che già a maggio, in un tweet, lo skeletonista-attivista ucraino Heraskevych si era dichiarato fortemente amareggiato per la partecipazione di Pirlo a Mosca a un evento pubblico Fonbet, per di più in compagnia dell’attaccante russo Dzyuba, un putiniano di ferro.1

Purtroppo, vige il doppiopesismo e l’Europa sportiva non si è mostrata altrettanto inflessibile contro chi ha dato origine ad altri conflitti attualmente in corso o contro quegli Stati che organizzano grandi eventi anche per far dimenticare con lo sportwashing che violano strutturalmente i diritti umani. Nondimeno, anche a tal proposito Pirlo avrebbe qualcosa da spiegare, dato che, proprio mentre in Qatar si disputava il contestato Mondiale del 2022, lo si vedeva fare del sandboarding e del kitesurfing in alcuni spot della campagna pubblicitaria dell’agenzia governativa Qatar Tourism “No Football. No Worries”. Per carità, si trattava di lavoro anche in questo caso… mica di volontà di aiutare un regime a farsi bello per chi viene da fuori.

Il mito della neutralità sportiva.
Lo sport moderno nasce politico. Molto prima di Berlino ’36 e di Hitler che non stringe la mano a Jesse Owens. L’Olimpiade nasce sul finire del XIX secolo come tentativo della classe aristocratica di conservare i propri privilegi, ma per sopravvivere lega ben presto la propria esistenza a quella degli Stati Nazione, alla loro voglia di superarsi l’un l’altro sul terreno dell’agone sportivo prima che su un campo di battaglia. Il professionismo spunta nel calcio britannico perché chi appartiene alla working class ha bisogno di rimborsi spese se, per giocare, perde giorni di lavoro. Il lungo percorso che ha portato le donne a ritagliarsi spazio all’interno del mondo sportivo è politico, perché politica era la loro esclusione, perpetrata in un nome di una società che le voleva relegate due, tre, quattro gradini più in basso. E sono istanze politiche quelle ancor oggi sollevate dalle atlete in relazione a equal pay, maternità o scarsa rappresentanza nelle istituzioni sportive; così come politica è la risposta del Comitato Olimpico che bada in primis al valore del proprio brand e a cosa suggerisce il mercato, ogni volta che prende in carico richieste di visibilità provenienti dal comparto femminile.

In quanto terreno che fa emergere le disparità sociali nate altrove, lo sport ha visto tanti atleti e tante atlete usare il proprio corpo per denunciare disuguaglianze, portare avanti proteste più o meno condivise, chiedere cambiamenti: da Tommy Smith a Colin Kaepernick, sport-activist contro il razzismo made in USA a cinquanta anni di distanza; da Caster Semenya, in prima linea per i diritti di chi è intersex a gareggiare, a Paola Egonu, che non esita a esporsi ogni qualvolta la tacciano di non essere italiana per il colore della pelle. Nondimeno, sono stati molti gli sportivi che hanno pubblicamente appoggiato governi autoritari e dittature o hanno dichiarato le proprie simpatie per questo o quel politico: la volontà di Putin di circondarsi di campioni e campionesse dello sport nell’adunata organizzata allo stadio Luzhniki di Mosca, pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, o la ricerca da parte di Berlusconi di calciatori, che appoggiassero la sua “discesa in campo” nel 1994, mostrano quanto questi endorcement siano considerati fruttuosi sul piano del consenso. Caso a parte quello degli sportivi che a fine carriera hanno intrapreso una carriera politica ed è curioso (o significativo?) che l’attuale sindaco di Kiev sia proprio un ex sportivo di successo, Vitali Klitschko, a suo tempo boxeur campione dei massimi WBC.

Ora, al di là di coloro che, in modo più o meno conscio, hanno attraversato il guado e da atleti o atlete sono diventati persone associabili a una causa/una lotta sociale/un partito/un governo, la vicenda Pirlo-Fonbet affrontata a inizio articolo fa sorgere una domanda: si può davvero rimanere al di qua? Ovvero, visto che i contesti sportivi si trasformano così naturalmente in contesti politici, è possibile per chi vi agisce restare neutrale?
Nella sua ingenua giustificazione e benché faccia parte di un élite che ha guadagnato e continua a guadagnare tanto, Pirlo centrava comunque un dato incontrovertibile: fare sport ad alto livello è un lavoro e, poiché non tutte le discipline remunerano allo stesso modo e può non bastare il contratto firmato con la propria società o lo stipendio passato dai corpi dello Stato, presenziare eventi, rilasciare interviste e sottoscrivere contratti pubblicitari è importante quanto allenarsi, partecipare alle gare e vincere. In tal modo aumentano entrate e notorietà, ma anche il “rischio” che il velo della neutralità cada, perché l’atleta in questione dice o fa cose che permettono di etichettarlo. Vedi Valentina Vezzali che nel 2008 a Porta a porta disse che si sarebbe fatta toccare da Berlusconi (molto prima di diventare lei stessa ministra), Federica Pellegrini che in un’intervista del 2024 al Corriere si dichiara di destra moderata o Federica Brignone che nel 2019 partecipa alla campagna ambientalista “Traiettorie Liquide”.

Sempre per questioni di visibilità, inoltre, sportivi e sportive devono essere social, per tenere sempre informati tifosi e tifose, dato che, in fondo, di una come Nadia Battocletti, si sente parlare poche volte nonostante negli ultimi anni abbia vinto su strada, all’aperto, al coperto e nel cross. Con tutte queste insidie e queste necessità, diventa davvero complicato rimanere “al di qua” della linea che demarca la presenza di posizione o l’appoggio, diretto o indiretto, a una causa. Posto che è difficile a priori (almeno per me) considerare neutrale uno che gareggia per Fiamme gialle, Fiamme oro, Polizia e via dicendo, emblematica è proprio la situazione di Battocletti: quando i bot e i leoni da tastiera scoprono che, benché sia bianca e apparentemente 100% italica, la runner ha madre marocchina ed è mussulmana, si può immaginare cosa succeda sotto i suoi post.
L’esempio di cosa intendo per appoggio indiretto lo fornisce, invece, il triangolo Reece James-Trump-Rodri: il primo nel luglio del 2025 fece il suo dovere di capitano del Chelsea, alzando il trofeo della FIFA Club World Cup appena consegnatogli dal secondo, ma la foto con tutti i Blues che festeggiavano con in mezzo l’intruso della Casa Bianca fece il giro del mondo; un anno dopo, situazione simile e stavolta Rodri, capitano della Spagna, ha fatto prima scostare il Presidente USA e poi ha sollevato la Coppa del mondo, mostrando in maniera indiretta quanto quella presenza di Trump in mezzo ai vincenti fosse tutt’altro che casuale.

C’è poi un ulteriore livello di complessità, perché non sono solo le istanze provenienti dal mondo, per così dire, “circostante” a far perdere la supposta neutralità sportiva ad atleti e atlete: il CIO e le federazioni internazionali stanno, infatti, plasmando sempre di più il mondo “sportivo” secondo i dettami dell’economia capitalista e danno priorità all’apertura di nuovi mercati, alla vendibilità del prodotto piuttosto che alla salute di chi lo show lo manda avanti. In una situazione del genere subire le decisioni prese dai vertici può dirsi neutrale? Probabilmente no. Solo che affrontare per bene il tema dell’impegno (o del mancato impegno) sindacale richiede considerazioni a parte.