Personaggi in cerca d’autore. 23° puntata: Armando Picchi

In tempi recenti la rivalità tra Inter e Juventus si è arricchita di così tanti episodi, sospetti, accuse e sgambetti che riuscire a trovare un argomento calcistico su cui tifosi nerazzurri e bianconeri possano trovarsi d’accordo è impresa decisamente ardua. Ricorrere alla magica parola “Trap” che a entrambe le fazioni ricorda momenti gloriosi, potrebbe essere una soluzione solo temporanea: il numero maggiore di successi colto sulla panchina della Juventus e il fantasma di Turone inevitabilmente riporterebbero il discorso al punto di partenza.
Non lascerebbe spazio a velleità polemiche, invece, raccontare la storia di Armando Picchi, un giocatore che a una delle due parti ha dato tanto e all’altra avrebbe probabilmente dato altrettanto, se non fosse stato bloccato da un terribile destino.

Il numero sei dell’Inter campione di tutto di Helenio Herrera nasce a Livorno nel 1935. Nella squadra della città labronica comincia la sua carriera, giocando mezzala, finché Mario Magnozzi, allenatore e vecchia gloria degli amaranto, non lo arretra a terzino destro. Il Livorno naviga in Serie C senza riuscire a trovare l’acuto giusto, ma il dirigente sportivo della Spal Paolo Mazza, esperto nello scovare talenti e creare plusvalenze diremmo oggi, nota quel giovane difensore di grande carattere. Picchi rimane a Ferrara giusto una stagione, quella 1959/60, con i biancazzurri raggiunge un incredibile quinto posto e viene rivenduto all’Inter in cambio di 24 milioni e tre giocatori!
A Milano, sponda nerazzurra, è appena approdato Helenio Herrera, mentre Angelo Moratti è al comando già da cinque stagioni, in cui ha bruciato undici allenatori. Le annate 1960/61 e 1961/62 non portano successi, solo piazzamenti dietro Juventus e Milan, ma Moratti stavolta decide di aspettare e fa bene: a partire dalla stagione successiva parte il ciclo che regala ai nerazzurri tre scudetti, due Coppe Campioni e due Coppe Intercontinentali. Il campionato 1962/63 rappresenta anche la definitiva svolta nella carriera di Armando Picchi, che il mago Herrera sposta nel ruolo di libero, un modo per responsabilizzarlo, disciplinarlo e anche un po’ calmarlo, visti i suoi non idilliaci rapporti con gli arbitri.
La trasformazione è completa e l’ex terzino della Spal conquista addirittura i gradi da capitano nella Grande Inter.
La fallimentare conclusione della stagione 1966/67 segna anche la fine della permanenza in nerazzurro: sulla via del ritorno da Lisbona, dove l’Inter ha appena perso la Coppa Campioni, Picchi si sfoga col suo compagno di viaggio, il ct degli azzurri Ferruccio Valcareggi; un cronista annota tutto e il giorno dopo il titolone «Picchi attacca Herrera» è il preludio al siluramento del capitano.

La dirigenza dell’Inter lo spedisce in provincia, a Varese, ma quella che suona come una punizione si rivela una grande opportunità: il livornese registra bene la difesa di una squadra che vede esplodere in attacco il talento di Anastasi e alla fine i lombardi si classificano ottavi, solo un punto sotto una Inter ormai a fine ciclo. Picchi adesso è titolare fisso anche in Nazionale,[1] ma proprio in una partita valida per le qualificazioni alla fase finale degli Europei del 1968 arriva la prima tegola del destino: rottura del bacino che, dopo una ulteriore stagione fatta di vani tentativi di recupero, segna la fine del Picchi giocatore.
Il Livorno, però, è convinto che l’ex capitano dell’Inter abbia tutte le carte in regole per diventare un grande allenatore e a partire dalla 15° giornata del torneo di B 1969/70 gli affida la panchina. La salvezza arriva con molto anticipo, segue una chiamata inaspettata: Boniperti sta rifondando la Juventus, ha chiamato a fare il direttore sportivo Italo Allodi, che ha già contribuito alla Grande Inter, e ha bisogno di giocatori giovani e di un nuovo tecnico. Insieme con Capello, Causio e Bettega alla corte di Madama arriva così Armando Picchi, ma purtroppo la sua avventura in bianconero non durerà neanche lo spazio di una stagione.

Juventus 1970/71: Capello, Landini, l'allenatore Picchi, Anastasi e Bettega

Juventus 1970/71: Capello, Landini, l’allenatore Picchi, Anastasi e Bettega

Ancora troppo in costruzione per dire la propria in campionato, la Juventus 1970/71 va, però, spedita in Coppa delle Fiere. Si è tolta la soddisfazione di estromettere il Barcellona andando a vincere anche al Camp Nou e ha già un piede in semifinale dopo aver battuto il Twente 2-0 a Torino. A inizio febbraio, precisamente il 7, succede, però, qualcosa di strano: nella partita di Bologna, persa poi 1-0, Picchi visibilmente nervoso viene espulso. Da alcuni giorni l’allenatore bianconero sente male alla schiena e, “sfruttando” il turno di squalifica, i medici consigliano il ricovero in clinica per accertamenti. Mentre Capello si fa notare sui giornali per polemiche nei confronti del mister che non lo fa giocare, la società il 14 febbraio comunica il cambio sulla panchina: per motivi di salute Picchi viene sostituito da Vycpalek, allenatore della Primavera. Le diagnosi si susseguono, il 35enne livornese tra un esame e un altro riesce anche a passare dal ritiro juventino per stabilire quale punizione vada inflitta a Capello, poi quando i medici finalmente capiscono l’origine del male, comprendono anche per l’ormai ex ct della Juventus non c’è più nulla da fare. Tra il più stretto riserbo Picchi muore il pomeriggio del 26 maggio 1971, due mesi e mezzo dopo la sua ultima panchina. I bianconeri in serata sono attesi dalla finale di andata della Coppa delle Fiere col Leeds United, ma la decisione di non rendere pubblico l’accaduto serve a poco: la pioggia battente fa sospendere sullo 0-0 la partita a inizio ripresa; le due squadre rigiocano il match il 28 maggio, proprio il giorno in cui viene diffusa la notizia della morte di Picchi. Finisce 2-2, poi a Leeds sarà 1-1 e per la regola del gol in trasferta la coppa andrà agli inglesi.
Allo sconcerto di tutti per come siano bruciate in soli tre anni carriera agonistica, carriera da allenatore e vita stessa di un grande del calcio italiano, si unisce il rimpianto. Quello dei nerazzurri, per aver visto andar via un simbolo della Grande Inter, senza che avvenisse una vera riconciliazione sul campo, e quello degli juventini, per non aver potuto dedicare al povero Armando Picchi neanche la vittoria nella Coppa delle Fiere.[2]

federico

Fonti: Calcio 2000, n° 23; Il grande romanzo dello scudetto, inserto di Calcio 2000
Puntata precedente: Rafael Moreno Aranzadi, El Pichichi; Puntata successiva: Jorge “El màgico” Gonzalez

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[1] Le presenze in Nazionale di Picchi saranno in totale 12. Ne colleziona tre sotto la guida di Edmondo Fabbri tra il 4/11/1964 e il 18/4/1965, due delle quali valide come Qualificazioni ai Mondiali del 1966; non viene selezionato per la fase finale della manifestazione. Ritrova l’azzurro partire dal 1° novembre 1966, quando inizia la direzione tecnica di Helenio Herrera e Ferruccio Valcareggi. Nel giugno 1967 Herrera lascia, Valcareggi rimane commissario tecnico e continua a chiamare il livornese
[2] Ad Armando Picchi è dedicato lo stadio di Livorno