Non è possibile vedere la Coppa d’Africa senza aver voglia di scriverne. L’edizione 2025, appena conclusa in Marocco, lo ha messo in chiaro. Il format a 24 squadre, il torneo spalmato su quattro settimane che inizia durante le vacanze di Natale quando vorresti staccare dal pallone, la fase a gironi che non aveva eliminato nessuna delle grandi favorite, la fase a eliminazione diretta che continuava sulla stessa falsa riga, il successo dei padroni di casa che sembrava scritto e, tutto sommato, legittimo, visto quello che stava offrendo il campo: tutte cose che deponevano a favore di una visione della manifestazione che non comportasse la necessità di lasciarne traccia su questo blog, che la Coppa d’Africa l’ha sempre seguita con particolare affetto.
Cosa poteva mai offrire di extra-ordinario la finale con il Senegal per farmi recedere da questa posizione? Già, cosa?

Rabat e il suo scintillante Prince Moulay Abdellah Stadium erano pronti a festeggiare una vittoria che al Marocco mancava da cinquant’anni e poco importava ai presenti se lo stadio era costato tantissimo, se l’avevano tirato su in pochi mesi al prezzo di chissà quali sacrifici di chi ci aveva lavorato, se in autunno molta gente, soprattutto giovani della Gen Z, era scesa in piazza per protestare contro corruzione e sperperi. In fondo, vincere aiuta a dimenticare e la vittoria non poteva non arrivare, visto anche il momento d’oro vissuto dai Leoni dell’Atlante sul campo e fuori: il quarto posto al Mondiale del 2022 e la possibilità, fra quattro anni, di essere squadra ospitante proprio in un Mondiale, piacere da condividere con Spagna, Portogallo, Uruguay, Argentina, Paraguay, ma poco importa. Gianni Infantino, l’artefice di questa strampalata assegnazione, che aveva reso contenti in tre continenti (e liberato l’autostrada per il 2034 per i suoi amici arabi), era lì, in tribuna d’onore, pronto a premiare i vincitori a fine partita. In attesa di vedere sorgere altri giganteschi impianti sul suolo marocchino negli anni a venire, grazie alla sua decisione di assegnare ai nordafricani una parte di Mondiale. Il cerchio si stava per chiudere, tutto tornava. Cosa poteva andar storto? Già, cosa?

La partita, nei primi 85′, aveva offerto uno spettacolo degno, più di tante altre finali di Coppa d’Africa. La pioggia cadeva copiosa e si era ancora sullo 0-0 solo perché Bounou aveva fatto un miracolo sul senegalese Ndiaye nel primo tempo o perché l’attaccante dei padroni di casa El Kaabi aveva aperto troppo il piede e messo a lato sull’uscita di Mendy.
Il gladiatorio El Aynaoui, che nonostante la ferita al sopracciglio e le copiose perdite di sangue voleva rimanere in campo, stava esaltando il pubblico, molto più dell’atteso Brahim Diaz, ben contenuto dall’esterno del West Ham Diouf. Ora, nelle file degli “ospiti”, era entrato un ragazzino, Mbaye, e le cose dalle parti della difesa marocchina stavano un po’ scricchiolando. Ma cosa poteva togliere ai Leoni dell’Atlante la gioia di una vittoria, magari anche ai rigori?

Niente, rispondeva l’arbitro della Repubblica Democratica del Congo, Ndala. Fin qui abbastanza ecumenico nel lasciar correre il gioco e fischiare poco, ancor meno intenzionato a distribuir cartellini, voleva evitare situazioni spiacevoli negli ultimi minuti regolamentari. Su un angolo per il Senegal, vedeva un fallo di Seck su Hakimi e fermava il gioco prima che la palla colpisse il palo e fosse messa dentro di testa da Ismaila Sarr. Pape Thiaw, l’allenatore degli altri leoni, quelli della Teranga, la prendeva male e stava cominciando a sentire puzza di bruciato, quando dopo un altro corner, nell’altra area, Brahim Diaz iniziava a inveire contro il direttore di gara, mimando di esser stato vittima di un laccio californiano da parte di Diouf. Si era al quinto degli otto minuti di recupero assegnati, il gabonese Atcho al VAR richiamava Ndala e, di fatto, gli imponeva di fischiare il rigore. Era, dunque, arrivato il momento decisivo, quello che doveva consegnare al Marocco la coppa? Cosa poteva fare il Senegal di fronte a una vittoria annunciata, che non arrivava ai rigori, ma ancor prima, con un rigorino per un fallo che, per il metro arbitrale usato, non sarebbe stato fischiato neanche a centrocampo? Già, cosa poteva fare?

Ribellarsi, ritirarsi, rifiutare di stare al gioco. Rimescolare tutte le carte, ripresentarsi, prendersi la rivincita. “Al posto della Juventus, quella sera al Bernabeu, in cui Oliver mostrò di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore (cit.), io me ne sarei andato!” Lo avete mai pensato? Comandati da Pape Thiaw, i senegalesi lo hanno fatto, sullo 0-0, con la finale ancora in bilico, con il rischio di essere squalificati seduta stante da Infantino, a cui stavano rovinando la cena.
Sadio Mané, il capitano dei Leoni della Teranga, è, invece, rimasto in campo. Visto che l’arbitro non sapeva che pesci pigliare, non si avviciniva al dischetto e non minacciava sanzioni (tipo, espellere chi si era volutamente allontanato dal campo o si stava prendendo a spintoni con gli avversari a bordo campo), l’attaccante ex Liverpool è andato a riprendersi i suoi compagni dagli spogliatoi e, mentre intorno succedeva di tutto, li ha riportati in campo. Una mossa psicologica che ribaltava la situazione, perché adesso i marocchini, che pensavano di aver già vinto, sia pure in modo poco soddisfacente, si ritrovavano a dover battere quel rigore assegnato ormai venti minuti prima.
Dal dischetto andava Brahim Diaz, proprio colui che aveva fatto di tutto per vederselo fischiato a favore, ma che ora aveva uno sguardo diverso. L’impresentabile cucchiaio che ne è seguito, parato facilmente da Mendy, darà adito, nei secoli a venire, a speculazioni sulla poca volontà del madrilista ex Milan di vincere lui e far vincere i suoi con un rigore dubbio e dopo un momento così carico di tensioni. Perché, in fondo, è sempre bello narrare storie di redenzione. Certo, i suoi compagni e il pubblico non la prendevano bene e, mentre il povero Ndala, ormai privo di autorità, fischiava l’inizio dei supplementari, il destino del Marocco era ormai scritto. E l’esito non era più quello atteso.

Incredibile a dirsi, gli ultimi trenta minuti offrivano gioco e non una rissa continua, come si poteva temere. Il sinistro vincente di Pape Gueye, su palla rubata da Mané al sanguinante El Aynaoui a centrocampo, decideva a inizio primo tempo supplementare il match; un colpo di testa poco fuori di En-Nesyri e un incredibile doppio salvataggio di Bounou su Mbaye e Cherif Ndiaye facevano vibrare lo stadio. Ndala prolungava disperatamente il recupero nel secondo supplementare, forse sperando in un miracolo del Marocco, rimasto in dieci per l’infortunio dell’appena entrato Igamane.
Il fischio finale sanciva la vittoria del Senegal, il disappunto del re del Marocco, che mandava suo fratello a presenziare alla premiazione, e i problemi digestivi di Infantino, che il giorno dopo ha chiesto alla CAF di prendere provvedimenti nei confronti di allenatore e giocatori del Senegal resisi protagonisti di pessimi comportamenti, «ugly scenes», quando al Marocco è stato concesso il rigore. E nei prossimi giorni, a bocce ferme, il presidente FIFA potrebbe non esitare a far fuori i Leoni della Teranga dal Mondiale del suo “amico” Trump. Che, tra l’altro, giusto qualche mese fa aveva approvato un travel ban che impedirà a chi proviene dal Senegal di recarsi negli USA.

E a quelli che “non sono razzista, ma” e che in modo sprezzante parlano di farsa, di robe da Terzo mondo e dicono che certe scene si vedono solo in Africa, la risposta è una sola: sì, si vedono solo in Coppa d’Africa ed è questa volontà di seguire una propria strada, fregandosene delle conseguenze, a rendere la manifestazione ancora un unicum nel sempre più orrendo mondo del calcio internazionale made in FIFA & friends.

Aggiornamenti (18/3/2026): Come previsto e prevedibile, la CAF ha ridato al Marocco quel successo che si voleva che ottenesse, visto il più che dubbio rigore assegnato dal VAR ai Leoni dell’Atlante in finale a tempo scaduto. Ufficialmente, al Senegal è stato contestato l’abbandono volontario del terreno di gioco senza l’autorizzazione del direttore di gara (art. 82) che determina l’applicabilità dell’art. 84, ovvero il 3-0 a tavolino per il Marocco.
Il Senegal farà appello. Tuttavia, resta e resterà il fatto che i Leoni della Teranga si sono rifiutati di accettare supinamente quel rigore a tempo scaduto, che siano tornati in campo invitati da Mané, che, a rigore sbagliato, abbiano poi vinto ai supplementari e alzato la coppa in faccia al pubblico marocchino. Rovinando loro una festa annunciata e non meritata, vista la finale.

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